Bomb the System

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È così che comincia Bomb the system, un film che è mi è capitato tra capo e collo un mesetto fa, così dal nulla, grazie ad un’amica che era qui in Italia per qualche giorno…“Ho con me un film americano che deve ancora uscire, parla di graffiti, vieni a vederlo domani?”. Pronti! Ma che roba è?

Così, nel giro di poche ore, mi sono ritrovato a guardare un film di cui non sapevo niente, che non avevo mai sentito nominare, ma il cui titolo scritto in grafia da tag lasciava aperte due strade: un prodotto interessante, oppure una boiata pazzesca. In questi casi si finisce generalmente sulla seconda opzione, ma tant’è…incrociando le dita, mi sono seduto davanti alla tivvù.

New York, giorni nostri (ebbene sì, a New York non corre sempre l’anno 1970 o 1980…). Blest ha diciannove anni, è bello e biondo nonché fratello di uno dei migliori writers che la città abbia mai avuto, il quale però è morto nei favolosi anni ottanta, quando lui era ancora piccolo; Buk50 invece è un po’ più maturo, è nero e in***so, e per Blest è un po’ il migliore amico, un po’ il fratello maggiore che ha perso.

Entrambi vivono a Brooklyn, ed insieme costituiscono la crew di bombers più attivi della Grande Mela, tant’è che la vandal squad è sulle loro tracce per porre fine una volta per tutte alle loro malefatte; a peggiorare ulteriormente la faccenda, contribuisce il fatto che la squadra che sta dando loro la caccia è guidata dal classico sbirro frustrato ed invasato, il cui scopo nella vita è diventato quello di acciuffare i due malandrini, e che è affiancato ad un ex writer di colore (ammiccante la frase con cui si presenta al suo nuovo capo indicando i muri taggati: io ero un king, ma facevo solo subway, roba seria, non come queste cazzate…).

Se fino a quel momento la loro carriera di bombers era andata liscia come l’olio, tutta fatta di bombing in città, furti di spray e droga-party, le cose erano destinate a cambiare: una sera, Blest e Buk riescono a sfuggire per un pelo alla cattura; Lune, il fratellino quindicenne di Buk, che li accompagna nelle loro scorribande per imparare e poter seguire un giorno le loro orme, viene però preso, allegramente menato dalla vandal squad e rispedito a casa con un bello sfregio in faccia.

Manco a dirlo, è l’inizio di una guerra personale: per Buk, Blest ed il neo-promosso writer Lune l’imperativo diventa ancora più di prima uscire ogni notte e riempire di tag e bombing ogni superficie rimasta libera nel quartiere, in segno di sfida e di vendetta…è però proprio nel momento in cui la crew ha più bisogno di coesione che sorgono i problemi.

Da una parte c’è Blest: ha incontrato una bella fanciulla che insieme ad altre tipe fa street art (o meglio propaganda) politica (temevate forse che mancasse la figura della flygirl?), e questo gli da giustamente altro da fare la sera; sente il peso di dover fare una scelta di vita, diviso com’è tra la madre che preme perché lasci la sua città (e la sua attività di writer, che le ha già portato via un figlio) per frequentare l’università, ed il desiderio di proseguire l’eredità del fratello, che gli aveva simbolicamente passato il testimone prima di morire.

Come se non bastasse, comincia a farsi strada in lui la spiacevole sensazione che disegnare stia perdendo di senso: più dipingi, più in fretta ti cancellano i pezzi, più in fretta te li cancellano più dipingi, e così via, all’infinito, in una battaglia che non può essere vinta.

Dall’altra c’è invece Buk: maestro e mentore di Blest, è spinto dal desiderio di vendetta contro la vandal squad e vorrebbe il suo compagno di crew accanto a sé in questa battaglia, non condividendo né i suoi dubbi sul writing né il fatto di doverlo dividere con la sua nuova fidanzata. I rapporti tra i due si deteriorano quindi rapidamente; ma se un’amicizia si può sistemare, lo scontro con lo sbirro cattivo non si può evitare molto a lungo…

Preciso subito una cosuccia per sgombrare il campo da equivoci: Bomb the system non è, né tantomeno vuole essere, un documentario sul writing a New York, per cui tenetevi a portata di mano la vostra cassettina di Style wars – torna sempre buona.

E soprattutto, non aspettatevi tunnel e lay-ups, scintillanti vagoni della metropolitana, adrenaliniche scene di pannelli lasciati a metà per gettarsi in fuga lungo i binari, o peggio inquadrature di lui e lei che limonano in primo piano mentre sullo sfondo passa il whole car children of the grave: suppongo che i tempi siano un po’ cambiati, e dopotutto il regista, un giovane indo-americano di nome Adam Bhala Lough, avendo 23 anni certe cose non può certo averle vissute in prima persona. Quindi, ha l’onestà di non propinarcele a cuor leggero.

Ok, cosa posso dire di questo film? Per prima cosa devo confessare che, da una parte, mi ha deluso un pochettino, ma devo fare un mea culpa per questo: in cuor mio speravo di trovarmi davanti, se non un documentario, almeno un mix di realtà e finzione come era ad esempio Wild style.

Si tratta di un approccio decisamente sbagliato, ed è questo il motivo per cui vi ho messo in guardia: questo è un film, non hollywoodiano e decisamente indipendente, ma è pur sempre un film: questo comporta diciamo un buon 90% di finzione pura, e quindi personaggi, situazioni ed ambienti che pur essendo in effetti discretamente realistici ed ispirati non sono comunque “reali”.

In questo senso mi viene in mente, come termine di paragone, Kids: come quello non era certo un film sugli skaters, ma riusciva discretamente nel fare un affresco (romanzato ovviamente!) del tipo di ambiente in cui sguazzano, così questo non è un film sui writers, e da loro si limita a trarre ispirazione, ambientazione e numerosi spunti in bilico tra vita quotidiana e invenzione.

Correggendo un attimo il tiro e mettendosi nella giusta prospettiva, devo dire che in effetti come pellicola, di per sé, non è male: è girato molto bene, è coinvolgente e, nonostante adotti la tecnica narrativa del flashback (ovvero del “partire dalla fine”), riesce ad essere abbastanza imprevedibile fino all’ultimo; questa impressione mi è stata confermata dal fatto che le due persone con cui l’ho visto, appassionate di cinema del tutto a digiuno di faccende di writing, ne sono state decisamente colpite ed entusiaste, grazie ad uno storyboard e ad una realizzazione non dico impeccabili ma comunque di buona fattura e abbastanza originali (tanto più se si pensa che il regista è un ventitreenne semi-sconosciuto e che il protagonista suo coetaneo, Mark Webber a.k.a. Blest, è anche uno dei produttori del film stesso).

Certo è, però, che a guardare Bomb the system con occhi da writer (anche se da writer che sa di trovarsi di fronte ad un film) si colgono tutta una serie di sfumature, magari impercettibili ai “profani”, che lasciano un po’ perplessi.

A parte questioni macroscopiche, come la più che sfacciata sponsorizzazione da parte di spray Belton-Molotow e abbigliamento Ecko (caro Adam Bhala Lough, ci potevi andare un po’ meno pesante coi primi piani…), e del fatto che i due personaggi su cui ruota tutta la vicenda (Blest e lo sbirro cattivo) sembrano essere gli unici due bianchi di tutta Brooklyn, sono diversi i piccoli dettagli che ho notato.

Innanzitutto Blest vive da un chicano pusher e pappone (e che sembra uscito da un video di Sean Paul…) amico del defunto fratello maggiore, e fin qui va bene, salvo poi che costui vive in un mega-loft interamente fatto di parquet e vetrate e arredamento minimalista postcontemporaneo… ma siamo a Brooklyn o a Manhattan?

Personaggio e ambientazione sono un mi sono sembrati un po’ troppo da video rap di ultimo grido, come del resto lo sono i flashback con il fratello di Blest negli anni 80, tutti scarpe e tute adidas, coppole e collane, guibbotti e gesti da Run DMC, muri coperti di mega-wild e cose del genere.

Ora, non dico che la gente non si vestisse così e che ora i pusher-papponi non si concino da Sean Paul e non vivano in un loft, semplicemente l’impressione che ne ho ricavato è che il tutto sia molto costruito su una precisa, prevedibile e anche un po’ stereotipata iconografia, che torna utile perché il pubblico ci riconosca agevolmente la figura del graffittaro-rapper-un po’ ghetto ma che non necessariamente ritrovi poi nella vita di tutti i giorni.

Ho trovato un po’ discutibile anche la figura del fratello maggiore di Blest, che in sostanza, si scopre procedendo con il film, gli passa il testimone (rappresentato da due marker) perché cosciente di andare a fare il pezzo della sua vita, che gli avrebbe garantito fama eterna in quanto il posto era il più fico della città e in quanto sapeva che probabilmente non sarebbe più tornato indietro…mi sembra una trovata un tantino naif, molto americana e che in definitiva mi ha fatto sorridere tanto mi sembra poco credibile (salvo che qualcuno di voi non abbia in programma di fare lo stesso per assicurarsi il rispetto dei posteri, ovviamente…).

Altrettanto azzardato mi sembra il presentarlo come il king assoluto di New York (esistono davvero i king assoluti? uhmmm), e ugualmente lo è farlo con Blest, che in realtà, in tutte le sue uscite, non mette mai il naso fuori dall’isolato; anche qui mi pare valga il discorso che la cosa viene presentata in maniera un po’ stereotipata e semplificata…ma dico, vi pare credibile l’articolo sul giornale che parla del misterioso Blest, e che per mostrare quanto è accanito e imprendibile si accompagna ad una foto di un colorato wild style sul muro della centrale di polizia? Ma per favore!

Mi rendo comunque conto che per aggiustare tutti questi dettagli, ed altri che ora non mi vengono in mente, sarebbe stato necessario per prima cosa viverli da vicino per conoscerli a sufficienza, ma soprattutto sforzarsi di presentare in maniera realistica una serie di meccanismi complicati da spiegare e ancora più difficili da afferrare, a patto ovviamente di non far parte del “giro”; questo ovviamente avrebbe significato o fare un film rivolto solo ai writers, oppure girare un documentario anzichè un film.

In entrambi i casi, il risultato sarebbe stato un prodotto completamente diverso, e siccome non credo che (giustamente) queste fossero le intenzioni di chi lo ha fatto, direi che Bomb the system, alla fine, possa anche andare bene così com’è, essendo destinato ad un circuito cinematografico più ampio e non pretendendo certo di essere una testimonianza reale sul nostro piccolo mondo.

Pur con i suoi difetti e le sue debolezze resta pur sempre un prodotto di intrattenimento, più che decoroso soprattutto se confrontato con la maggior parte dei film che escono, nonché girato e prodotto da persone poco più che ventenni che probabilmente nutrono ammirazione e rispetto per il mondo che hanno rappresentato: niente a che vedere, quindi, con certe trasmissioni e certi editoriali che, fingendo di informare, mistificano e infangano qualcosa che non conoscono e che nemmeno vogliono conoscere.

Piccola curiosità: come si evince dai titoli di coda, e fare da consulenza artistica e realizzazione scenografica (e magari anche recitazione, non posso dirlo visto che non so che faccia abbiano) hanno contribuito tutti i grandi nomi della vecchia scuola newyorchese, il che quantomeno dovrebbe garantire il realismo di tutto ciò che riguarda le diverse pezzate che vengono mostrate, le tags, i bombing e, perché no, anche degli atteggiamenti dei writers e dei metodi della vandal squad locale…altra curiosità è che c’è pure il buon vecchio Lee Quinones, che si concede un piccolo cameo nella persona di un tizio che sta facendo un libro e che chiede delle foto a Blest…

Per concludere (finalmente!) direi che Bomb the system merita di essere promosso con un settemeno. Ora però bisognerà stare a vedere se e quando uscirà in Italia, con che modalità e con che traduzione (le traduzioni alla Willy il principe di Bel Air sono sempre in agguato in questi casi).

Stay tuned e incrociate le dita perché secondo me non sarà facile trovarlo in giro, di sicuro non nell’immediato.. peace. Luca.

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