Capo interview

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Caro Capo, trovo che sia doveroso che tu ti introduca ai lettori. Presentati nella maniera che preferisci e raccontaci la tua storia.
Tutto è cominciato nel ’92, avevo 15 anni, ero un normale ragazzo di Mestre, terraferma di Venezia, figlio di un impiegato e di una maestra. A scuola collezionavo 6+ e 6–, ed ero molto curioso del mondo che mi circondava. Li a scuola un mio compagno skater passava il tempo a fare/copiare bozzetti con lettere e Bodè ed aveva un sacco di cosa strafiche tra cui Subway Art e altri libri sui graffiti, eravamo amici e grazie a lui iniziai ad interessarmi ai pezzi, prima sul suo materiale poi vedendo quello che c’era a Mestre e anche a Padova. Era il periodo dei “Chips” e “Non è la Rai”, ma anche quello delle prime Posse ed io cominciavo a fare delle tags in giro, prima a marker con altri nomi, poi a spray scrivendo Capo. Nel ’94 ho fatto il mio primo pezzo. Da li non mi sono più fermato.La cosa che più mi affascinava era forse quella di “sentirmi qualcuno”, di non continuare con la vita sfigata che facevo, ero pieno di energie in quel periodo e i graffiti erano qualcosa con cui potermi misurare seriamente. Erano la mia tv, la mia radio e la mia voce.
Ero editore di me stesso.
Avrei potuto fare un sacco di cose idiote e senza spessore, ma dipingere era, per me, la cosa più intelligente da fare.

Nel tuo caso quindi i graffiti sono stati un modo per riscattarti, per uscire dalla massa, ma secondo te essere writer comporta avere una diversa sensibilità?
Certo. Già dall’ inizio capisci che devi relazionarti con gli altri in modo diverso, guardi alle persone per quello che fanno e non per quello che dicono di se, togli il filtro, devi farti un’ idea oggettiva sulla scrittura e sugli stili per capire quale è la tua strada da seguire. I writers sono sempre dei buoni osservatori della vita e delle relazioni tra le cose, è difficile fregarli. Devi capire come funziona la città e i suoi meccanismi per essere efficace nella comunicazione, quindi quando uno ti racconta delle baggianate, capisci che sta banfando, perchè hai gli strumenti per farlo. Impari inoltre a superare gli inghippi e a conoscere i tuoi limiti (anche fisici), e, come si fa quando devi capire come attaccare due lettere, cerchi in te stesso la soluzione, non aggiri il problema, lo risolvi.

Puoi cercare di descrivere che sensazioni provavi quando taggavi le prime volte? Che tipo di approccio avevi nei confronti del Writing allora e com’è cambiato rispetto ad oggi?
Quando ho iniziato a taggare e scrivere sicuramente non avevo molta consapevolezza, ero più ingenuo ed avevo anche paura, ma mi pigliava bene pensare che il giorno dopo qualcuno leggesse il mio nome, e si facesse delle domande, mi dava un grande senso di libertà avere uno spray in mano, e non sono riuscito ancora a capire il motivo specifico per cui lo facessi. Probabilmente la mia era grafomania, che già da piccolo esprimevo a casa con pennarelli e pastelli, vedi, mia madre era maestra e mio padre disegnatore tecnico e casa mia assomigliava ad una cartoleria. Ho iniziato ad imbrattare e distruggere prima di iniziare a scrivere il mio nome. Poi tutto si è evoluto pian piano con la crescita: prima i pezzi semplici (le basi), poi sempre più incasinati (volevo dimostrare a me stesso di essere capace), poi la ricerca di qualcosa di più personale. Ora dipingo più con controllo, me ne frego di fare cose stra incasinate, cerco un ordine mentale, perchè io in quello che faccio mi ci specchio, dalla foto del pezzo riesco a vedere come stavo quando l’ avevo fatto. Poi spingo il mio nome, che è la cosa più importante, perchè alla fine dipingere è la mia pubblicità (gratis e dove voglio io), soddisfa quel maledetto egoismo che ho, perchè puoi farmi tutti i discorsi che vuoi sul “movimento” e sulla “cultura”, ma io non scrivo “hip hop” o altro, io scrivo Capo e >> click.

Cosa ti da la forza di dipingere oggi nonostante i problemi, le infamate, perchè lo fai?
In una parola passione. Quella passione che si alimenta con soddisfazioni, che ti fa star bene. Grazie a questa cosa ho vissuto emozioni forti, ho conosciuto persone che sono diventate grandi amici, ho imparato a stare al mondo, mi sono arricchito di un sacco di esperienze positive. Gli asti sono inevitabili, si sa, il nostro piccolo mondo è molto competitivo, si può sbagliare poco, se no tutti addosso, poi c’è tanta invidia. Comunque se ti poni degli obiettivi e ci credi vai avanti al di la di tutto. Sarebbe troppo facile smettere, come mi diceva mia madre, qualche amico, come ti dicono gli sbirri. O magari perchè alla sera hai la schiena a pezzi per 10 ore di lavoro e non hai più energie, o perchè sei verso i trenta e devi mettere la “testa a posto”. Sto facendo il possibile per continuare nel miglior modo, cerco di resistere, come ho sempre fatto, affrontando le cose una alla volta. Sono ribelle, è scritto nel mio DNA. Il tempo corre e la vita è una sola, vorrei non avere grossi rimpianti quel giorno…

Parlaci un pò della tua crew.
Sembrate molto affiatati! Credo poi che questa connessione ti abbia dato una bella spinta. Raccontami un pò da chi è composta e qualche caratteristica dei componenti.

Firmo >> click con Read di Mestre, 7eyls di Ravenna, Fargo di Udine. La nostra amicizia è nata da una serie di fatti e coincidenze strane. Io e Read ci conosciamo da sempre, lui era degli F2D con Senor, avevamo amicizie differenti, posso dire che siamo diventati amici grazie ai pannelli. Ora è un po’ di anni che si fa roba assieme sempre e il nostro legame è forte. Lui è una persona molto umile e con me ha molta pazienza sopportando i miei svarioni e sbattimenti. Poi c’è 7eyls che studia a Venezia che è un gran burlone, dove c’è lui c’è allegria. Con lui ho condiviso memorabili nottate e produttive gite fuori porta. Lui firma anche HFS-TAF’S e ARF ed ha uno stile sporco nelle linee che lo caratterizza a differenza degli altri. Dulcis in fundo c’è Fargo aka Cipolla, sicuramente la guida spirituale del gruppo. Rasta senza dreadlocks. E’ una persona con la quale è un piacere aver a che fare, con lui spesso si discute piacevolmente di vita e graffiti e in più tira delle lettere da paura.
Credo che >> click abbia dato una “spinta” un po’ a tutti noi, sarà perchè come nome è facilmente memorizzabile (essendo un simbolo), sarà perchè stiamo cercando di costruire qualcosa insieme credendoci. Let’s push things forward…

Cosa ne pensi di Old e New school? Dietro a questi termini ci sono diversi modi di concepire il Writing?
Tutti portiamo avanti il writing, ognuno a modo suo, i conti si fanno alla fine. Ogni stile per me è buono, mi piacciono tags pese e vandaliche, scritte a marker ovunque, i throw-up, mi piacciono i pezzi con lettere grosse, i loop, i pezzi in hall of fame, i treni pieni di pezzi come nel ’99, i whole-car e le mani sporche. Tutto questo per me fa parte della cultura, il resto è superfluo. Old School mi fa venire in mente New York fino ai primi ’80, fa venire in mente Skeme disteso sul binario su Subway Art, i whole-car di Dondi e i pezzi di Lee. Da li in poi è New School. Io vedo che in tutti sti anni di graffiti, le cose sono andate avanti moltissimo e preferisco guardare avanti che indietro, c’è ancora molto da fare e da scoprire.

Secondo te ha senso ancora parlare ancora di originalità? Ritieni che sia lecito prendere spunto da altri stili?
Di originalità ha sempre senso parlare, ci sono persone che dipingono in modo sempre diverso, le cose nuove si vedono ogni tanto. Chi più chi meno prendiamo tutti spunto da tante cose, ma l’importante credo sia avere un approccio personale e dare un identità ai propri pezzi, cercare di trovare la propria strada. Più bravo è un writer più viene copiato, e ci guadagna solo l’originale. La copia perde sempre.
Poi ci sono luoghi a noi lontani come in America Latina o Asia dove esistono modi di scrivere/dipingere molto diversi dal nostro, con profonde radici sociali. Quando altre culture useranno lo spray per comunicare come facciamo noi nasceranno lettering nuovi (alfabeti diversi) e nuovi stili, come è successo per i paesi dell’ Est Europa o per il Brasile.

Ci puoi raccontare dell’amicizia con Joys? Come vi siete conosciuti? C’è un episodio che avete vissuto che ricordi con piacere?
Con Joys ci siamo conosciuti a Padova nel ’97 credo, lui disegnava da prima di me, era degli EAD e girava alle Banche, in quei tempi gli EAD erano tra i migliori in Veneto. Ci si è conosciuti un po’ alla volta, ci si beccava alle Banche o alle jam poi abbiamo iniziato a fare dei pannelli insieme sia da me che da lui…e alla fine ci si beccava tutte le settimane, e ogni volta ci beccavamo anche con altra gente, italiani e stranieri, ci si faceva un sacco di pannelli. Poi una sera alle Banche da una stretta di mano partì il progetto di 10000 Maniacs, che ci ha fatto passare parecchie notti in bianco, ma che ci ha dato un sacco di soddisfazioni. Oramai siamo “amici di famiglia”, non so quante ne abbiamo combinate insieme…
Ricordo con piacere una sera in Riva dei Schiavoni a Venezia, presi dalla scimmia, volevamo dipingere un vaporetto. Allora quatti quatti siamo montati sul pontile e ci siamo messi in mezzo a due vaporetti parcheggiati ed abbiamo iniziato a dipingere, ma subito dopo abbiamo visto il vigilante che veniva verso il pontile. Allora siamo entrati dentro il vaporetto e, dopo aver imboscato gli spray, ci siamo seduti facendo finta di dormire. Quando è arrivato il vigilante che ci ha “svegliato”, abbiamo inscenato una pantomima da film facendo finta di essere ubriachi, e il tipo che era un babbeo ci ha creduto e ci ha accompagnato fuori…

Qualche anno fa siete usciti con un’ottima rivista: 10000 maniacs. Com’è venuto alla luce questo progetto?
10000 Maniacs è nato una sera alle banche a Padova da una stretta di mano tra me e Joys. Ricordo che non avevamo nemmeno i computer e nessuno dei due sapeva fare bene nemmeno una scansione. Ci siamo impegnati molto e un anno dopo è uscito il primo numero. Avevamo in mente di fare una rivista di qualità, con dei buoni materiali, che valorizzassero i contenuti e abbiamo cercato di non dare nulla per scontato e di analizzare ogni aspetto. Eravamo molto selettivi nella scelta delle foto e cercavamo di pubblicarle con delle dimensioni adeguate. Ascoltavamo poco i consigli degli altri e facevamo sempre di testa nostra. Questa credo sia stata una scelta giusta.
Abbiamo voluto fare una cosa di “lusso” perchè credevamo che pubblicare graffiti meritasse di più di quello che si era visto. Nell’ intro al numero due abbiamo scritto: “Vorremmo che 10000 Maniacs fosse quello che tenete sul comodino la sera prima di addormentarvi, o quello che rimarrà sui vostri scaffali, custodito nel tempo”.

Avete qualcosa in mente per il futuro?
Guarda è un po’ di anni che siamo fermi, ma credo che tra un po’ si comincerà a lavorare a qualcosa di nuovo: abbiamo ancora nel cassetto un bel po’ di idee che ci piacerebbe realizzare. Tempo al tempo.

Come ti auguri che si evolvano i graffiti? E cosa ne pensi dei recenti eventi che hanno interessato la scena come il caso delle pellicole a Napoli? Verso dove stiamo andando?
Mi auguro che i graffiti continuino ad evolversi “in strada”. Tags, treni, bombing sono le cose più genuine che abbiamo. Abbiamo il dovere di rispettarle noi per primi. Certo che c’è un vero interesse, ora, da parte dei media e delle aziende verso il nostro mondo. Ma pubblicità, o vestiti, o videogiochi, o altro non sono pezzi, sono delle “applicazioni”, fighe ma applicazioni. La realtà e l’ avanguardia non sono esposte sugli scaffali di un negozio o in tv.Dove stiamo andando? Secondo me verso l’ istituzionalizzazione dei pezzi legali e dei lavori, e una forte repressione dell’ illegale. Non ho un parere ben preciso sulla storia delle pellicole a Napoli, so che alcune delle persone che hanno partecipato sono delle persone giuste e serie. Mi sarebbe piaciuto di più un whole-car a colori fatto a spray (come a Rio o a Monaco).

Di cosa ti occupi nella vita di tutti i giorni?
Faccio lo stampatore offset in tipografia, operaio in sintesi.
Cosa ti piace mangiare?
Non mangio gli animali. Tutto il resto mi piace: sono molto goloso.

In fine?
Un cinque a tutta la gente del Veneto, del passato, del presente e del futuro. Un abbraccio alla Monica, la mia ragazza, che a breve mi farà diventare papà.
Practice what Jah teaches, he’s got the footsteps on the way.

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