Diehipster part 2

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I baffi. Gli occhiali con la montatura grossa nera da nerd. Le sigarette rollate. Il cibo bio. L’indie. I vestiti di tua nonna. Il vintage. Avere un blog. Fare il blogger. Essere cool, ovvero fico e stronzo. Dire “Io non sono un hipster!” I gatti. La frangia lunga. La frangia lunga con la riga da una parte. I fiocchi in testa. Il rossetto rosso. Gli anelli finto vintage presi da Pull and Bear. Slaughtered Lamb. Gli anelli con le scritte sopra tutto intorno. Gli anelli. I maglioni infeltriti. Il revival esistenzialista. Non arrivare a fine mese. Il pane integrale con i semini sopra. La camicia bianca lunga con sotto i leggins neri. Fare video arte. Fare il fashion-editor. I video giochi di prima generazione. Le grafiche dei videogiochi di prima generazione. Girare con un libro di David Foster Wallace. Il laptop. Facebook. Cercare lavoro su Lavori Creativi, e prendere sempre dei super-pacchi.  I mocassini marci senza le calze. Le scarpe a coda di rondine. La parola skinny, soprattutto riferita ai pantaloni. Le bretelle. Il viaggio intellettuale. I pois. Il must della magrezza… I motivi ornamentali da stampa con alberi, cervi o uccelli. I bomber da squadra di rugby americano. La pelliccia finta e di seconda mano. La camicia bianca sgualcita. La giacca da uomo. Gli Yeah Yeah Yeahs. Beck. Fare meditazione. Girare in bici. Chloe Sevigny. I Gossip. La parola “indie”. I Metric. I Cani e il Sorprendete Album d’Esordio dei Cani. Il cantante dei Cani. I muffin di farina integrale. Alice nel Paese delle Meraviglie e la bigiotteria ispirata ad Alice nel Paese delle Meraviglie. Kurt Cobain, anche se poveretto non lo sapeva. Kim Gordon. I centrifugati. I posti dove ti mettono i drink nei barattoli di vetro da marmellata. Mangiucchiare gambi di sedano con crema di yogurt e menta. Non guardare la televisione. La Nouvelle Vague. Anthony and the Johnson. I film di Antonioni. I gruppi post-rock che nessuno conosce. Le musicassette. Suonare il sintetizzatore. Sentirsi più intelligenti, più sensibili e migliori degli altri. Fare il copywriter. Fare lo stylist. Lavorare in uno studio di comunicazione. Dire di lavorare per svariati studi di comunicazione, e risultare di fatto agli occhi della legge disoccupato. Le Freitag. Le gonne pantalone nere corte con la vita altissima. La barba. Gli occhiali con le righe orizzontali di plastica colorata al posto della lente. La street art. Fare graffiti. Andare sui pattini a quattro ruote. Avere una fit bike senza freni da 2500 euro. Le ballerine. Le fantasie a fiorellini stile Holly Hobby handicappata. La lowbrow art. Ballare il boogie-woogie. Avere storie di sesso a raffica paranoiche e tristi. Bere il prosecco, o meglio ancora un vino biologico locale. Suonare l’ukulele o l’armonica a bocca. Vestirsi da nerd, da dandy o da parto incrociato dei due. Studiare scienze della comunicazione. I maglioni con i pallini da usura. I leggins. La scritta con il cuore I love NY, oppure I love qualsiasi altra cosa che risulti arguta e brillante. La polaroid. I vinili. Proclamare di non drogarsi (perchè troppo mainstream). Londra. Berlino. Via del Pratello.  Gli accostamenti di colori stridenti. Il viaggio “sono diverso”. Lo scialle della nonna con le frange. La borsa marrone che puzza di naftalina ma che hai pagato un botto perché è vintage originale. Il revival delle Creepers. Mario. Le cuffie stereo grosse in testa. L’I-Phone. L’I-Pod. L’I-Pad. Sbirciare i titoli dell’I-Pod di qualcuno vicino a te per vedere se ascolta musica fica. La ciuffa con la rasata laterale. I tatuaggi tradizionali. Il viola. Il fucsia. Il turchese. Il verde bottiglia. Il giallo fluo e tutti i colori fluo. I motivetti ad arcobaleno. Le Vans. La sciarpa di lana che punge di brutto. La giacchetta di jeans. Gli stivali completamente senza tacco. Le ciliegie. Le petizioni su internet. Il disegno del fulmine. Fare stickers. Fare le foto con l’I-phone. Lo spritz. Dire di odiare Mc Donald’s e le multinazionali, e poi avere come must bere il caffè da Starbucks davanti al proprio Mac-Book. Dire di essere contro il fashion system e le multinazionali, e poi vestirsi da H&M soprattutto quando ci sono le collaborazioni con gli stilisti. Dazed and Confused. I-D. Purple Fashion. Agnes Deyn. Sapere tante lingue straniere. Studiare in un’università all’estero. Le grafiche fatte volutamente alla cazzo di cane. Le scritte a penna con calligrafia da analfabeti disturbati. Il picnic. Le maglie a righe. Le maniche a farfalla. Le scarpe di Neil Garrett verniciate di bianco. Keith Haring. Mangiare al giapponese. Mangiare al palestinese. Il the bianco. Le Ugg. I maglioni con le renne e le stelle di neve. Mihele. Il velluto a coste. La minimal. La surf music. La musica trash. Le palle da discoteca con gli specchietti. Zilfia, che in realtà dal 1994 non ha mai smesso di essere grunge. Le mele. Le farfalle. Il chiodo. Victoria Cabello. Essere un artista. Il profumo al patchouli. Avere una sessualità incerta. Dichiararsi di orientamento queer. Malloni. Salinger. Tom Robbins. Fitzgerald. Truman Capote. Il Mac. Mangiare le alghe. L’electro. Gli Stereo Total. I gioielli con le chiavi vintage e gli sfronzoli. Le scarpe di Melissa. I profumi Comme des Garcons. I profumi puzzolenti. Lush. La pettinata da Ken. L’oversize. Le sneakers. Il cantante dei Gogol Bordello. Essere contro il mainstream. Le vacanze in tenda.  Vice. Scrivere su Vice. I divani sfondati. Le tappezzerie. I locali bui. Il cappello. La Lambretta. La Mini. Le Espadrillas. I capelli a scodella. Le ragazze con la fascia a cordino tipo hippie. Gus Van Sant. Le shopper di tela. Le librerie fatte con le cassette di legno per vendemmiare. La juta. Lo Juta. Essere un dj. Fare visual. Gli elastici con le palline da incrociare. I ciappi color tartaruga. Fare i palloni col chewingum. I lecca lecca alla marijuana. Fare l’orto. Far morire l’orto. Ubriacarsi di vodka e succo di mirtillo.  Andare a vivere a Berlino. Le ragazze col naso all’insù e il sedere grosso. La psicosi passionale maturata verso qualcuno che ti ha semplicemente chiesto l’amicizia, per cui sei convinto di avere una storia con lui/lei (detta anche Sindrome Clerambault). La kefiah rivisitata. Gli orecchini a stella. I vestiti stile ho sbagliato a fare la lavatrice e i bianchi sono diventati rosa. I vestiti stile objet trouvé nella busta dei vestiti per i ciechi. La birra Pabst Blue Ribbon. Le scarpe da ginnastica stile anni Ottanta ma colorate. Gli orsetti con le tarme e i giocattoli per bambini intelligenti tipo Città del Sole. Dire di guardare i serial tv in cofanetto ma solo ed esclusivamente in lingua originale. I Barbapapà. Le sedie e il merchandaising Pantone. Il disprezzo per tutte le altre sub-culture, soprattutto il versante goth e metal. L’orologio a cucù. Il cappello da David Crockett con la coda da procione. Il copricapo di piume da pellerossa. Il viaggio indiano d’America stylish. Spike Jonze. Essere convinti di essere ironici. Andy Warhol. Il post-moderno. American Apparel. Le webzine. Studiare in biblioteca. Caricare le proprie foto su Flickr. Caricare i propri video su Vimeo. I Sonic Youth. Gli Husker Du. Karen O. Leggere l’Internazionale. Il look da pappone anni Settanta. Avere i capelli rossi. Il foulard. Avere le lentiggini. Mangiare l’insalata. Bere bibite vintage come il chinotto, possibilmente nella bottiglia di vetro retrò. I trofei con le teste di cervo, ma solo se di pelouche, legno, o cartone decorato. Terry Richardson.  I gioielli di Margiela fatti con il cucchiaio e la forchetta. I gioielli tarocchi fatti con il cucchiaio o la forchetta. Le Puma. Gli occhiali vintage. Essere convinti di essere unici, originali e diversi dagli altri. I pantaloni con l’acqua in casa. I calzini dello stesso colore ma in tonalità diverse. La fantasia a quadri. Essere vegani. Fare il seitan in casa. I Rayban stile Madonna anni Ottanta. Star Trek e Guerre Stellari. Gli allargamenti alle orecchie. Daria Morgendorffer. La copertina con la banana dei Velvet Underground. Le spillette con la copertina di Unknown Pleasures, oppure dei Kraftewerk o ancora degli Einstuerzende Neubauten. Quella tazza odiosa con i baffi disegnati sotto l’imboccatura. La globalizzazione. Il meltin-pot e il cross-over, molto più che negli anni Novanta. Ascoltare la radio, ma solo se indie. La parola “ibridazione”. Organizzare eventi, possibilmente di arte contemporanea. Le grafiche di Beavis and Butthead. Le Worishofer. Essere chiamati dickheads nei paesi anglofoni, e inorridire all’idea senza capire quanto è ironico e senza rendersi conto che dickheads è il nome più peso dato una subcultura dai tempi del punk. I quartieri Hoxton e Shoreditch a Londra. New York. Fare i digiuni disintossicanti a base di centrifugati e frutta acida. Norman Mailer. Charlotte Gainsbourg. Girare con la maschera da gorilla. Il revival della camicia a quadri. Fare la raccolta differenziata, possibilmente in modo maniacale lavando tutto prima di buttarlo nell’apposito bidone. Il mullet. Il collo a V. Essere radical chic nell’anima ma non ammetterlo manco se ti strappano le unghie.

Luiza Samanda Turrini

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2 comments on “Diehipster part 2
  1. Tristezza says:

    È difficile arrivare in fondo a questo articolo. È scritto con lo stesso qualunquismo che vorrebbe condannare.
    Post così non hanno alcun senso, se non quello di portare ancora più in basso il livello di un sito che una volta era autorevole. Bella merda! Wildstylers RIP.

  2. Airone says:

    Probabilmente hai ragione, tuttavia questo articolo che ritieni qualunquista fotografa piccole-grandi nevrosi occidentali di qualche decina di persone che conosco, e vi leggo cose in cui riconosco anche me, con l’imbarazzo che puoi comprendere. Si, prevengo la tua obiezione, forse ho frequentazioni di estrema pochezza. E poi dai, non credo che l’autrice volesse fare una dissertazione sociologica, mi sembra avere un tono più leggero. Quanto al sito che vuoi che ti dica, ha ugual spessore di chi ci scrive… per fortuna il web è vasto, non c’è bisogno di perdere tempo con letture scadenti.

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