Eno interview

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Non voglio farti le solite domande, sul perché hai scelto questo nome piuttosto che un altro, oppure da quanto dipingi, chi è stato ad iniziarti… comunque trovo che sia doveroso che tu ti introduca ai lettori, soprattutto nei confronti di chi non ti conosce, quindi pesentati nella maniera che preferisci e se vuoi raccontaci la tua storia.
Sono Eno gli amici mi chiamano Lucaeno, sono nato a Napoli nel 1979 mio padre impiegato dello stato mia madre di banca, in passato hanno provato ad andare d’accordo ma con scarsi risultati.
Ho dipinto la prima volta per strada forse a 12 anni, era l’estate del 1992.
Volla, ai margini della periferia orientale di Napoli,un gruppo di amici, decidiamo di mettere in pratica ciò che uno di noi aveva letto su una rivista della madre, di questi ragazzi che a NY dipingevano i graffiti.
Cosi in ferramenta compriamo uno spray nero e diamo sfogo al nostro estro su di un muro non troppo distante da casa. qualche giorno dopo abbiamo pensato che un pò di colore ci poteva aiutare a migliorare il nostro disegno, e vai con uno spray turchese ed uno arancio. Da li è cominciato tutto.

Di quelli che c’erano quel giorno solo io e POPE siamo poi diventati dei writers.
Non conoscevamo praticamente nulla di questa forma d’espressione e dei suoi legami con l’hip hop che ahimè neanche sapevamo cosa fosse.
in italia, ed anche a Napoli, esistevano già diverse realtà ma noi un pò per la giovane età e un pò per il vivere al margine…eravamo allo scuro di tutto!

Qualche anno dopo mi ricordo che in una delle tante mattine sottratte alla scuola per sgamare i pezzi in giro per Napoli, eravamo andati a vedere il muro esterno di OFF99 dipinto da KADO ed altri milanesi, e li ho incontrato per la prima volta POLO.
In metrò mi diede consigli “pratici” su come scrivere il mio nome e ci invitò ad una jam dove avrebbe dipinto la KTM; cavolo ebbi tra le mani il mio primo AELLE e vedemmo dipingere SHA1 e ZEMI!!

A quei tempi avevamo fondato l’NGC (nucleo graffitista combattente!), eravamo numerosi e raccoglievamo un’pò di writers della periferia orientale e dei comuni limitrofi: POPE-ICE.K-SPUT-OZON-SERD-DEMON-MIK172–SHIDE-SUE-REM-KOSMO-ZION-SKOR-ZEUS. Chi prima chi dopo hanno fatto tutti parte di questa crew che cominciò a fare seriamente degli hall of fame e ad organizzare eventi, la prima jam in Campania l’abbiamo fatta noi! Vendemmo le multona a duemila lire e muro imbiancato per tutti!!!

A Napoli credo ci rispettassero, non abbiamo mai avuto problemi con le altre crew che si erano formate nella periferia occidentale, la grande fucina del train bombing partenopeo. Noi facevamo molto branco e stavamo per i fatti nostri.

Fu POLO che mi propose di “scrivere” KTM, allora della nuova generazione solo KAF ne faceva già parte. Polo mi aveva più volte manifestato il suo apprezzamento verso i miei wildstyle e fu con lui che avevo cominciato a stringere un legame d’amicizia, di confronto sulla vita, su ciò che ci capitava e su come fare dell’hip hop un modo di vivere.
E’ una persona che stimo tantissimo, anche se poi abbiamo preso strade differenti, che però ripetutamente si incrociano…

Nel ’98 entro a far parte della KTM, termino il liceo e mi iscrivo ad Architettura…quasi per puro caso! Nel 2000 sono a Roma, i legami con Napoli sono forti ma non ho molta scelta, una serie di eventi mi dicono che il mio percorso continua lontano da quegli affetti.

A Roma incontro WANY con il quale nasce una bella amicizia, resa poi più difficile da successivi spostamenti reciproci. Mi ha insegnato cosa fosse il oneline, prima di allora non l’avevo mai fatto! Negli anni seguenti ho viaggiato, un pò per studio e un pò per amore, oggi sono di nuovo a Roma, preparando la tesi, ovviamente ho scelto Napoli per il mio tema di progetto.

Altra questione doverosa da affrontare: la KTM, una delle crew più rappresentative della realtà partenopea.
Per me la KTM è sempre stato un modello da imitare, loro erano l’esempio da seguire per essere vero in quello che facevi. Poi ho capito che vero lo sei di tuo e che la cosa importante è credere fermamente in quello che fai.

PACE AMORE UNITÀ, questi sono i nostri valori. Ma anche divertirsi e stare bene insieme alla base di tutto, per affrontare gioie e dolori.
La nuova KTM si è formata per selezione naturale, probabilmente come la prima anche se lo zampillo dei vecchietti ha fatto in modo che le nostre forze fossero convogliate per continuare una tradizione.
Non credo che i motivi di un tempo siano differnti da quelli di oggi, alla base c’è un pensiero comune verso quello che facciamo, ed anche se oggi siamo cresciuti un pò ed il nostro modo di fare si è modificato con noi, stranamente continua a trovarci affini.

Credi alle definizioni? Ci tieni ad essere definito writer? Secondo te essere writer quali oneri e privilegi ha nei confronti della società?
Non è passato troppo tempo da quando mi infastidiva molto essere chiamato in modo diverso, anche solo artista era un’accezione che non potevo sopportare. Ero un WRITER e basta, agli altri il compito di capire cosa questo volesse dire.
Oggi non sento più di potermi definire esclusivamente un writer, mi sembra estremamente riduttivo, sono attratto da tante altre cose che ritengo importanti e che arricchiscono la mia vita.

Quindi credo di poter affermare che non credo più nelle definizioni, ritengo piuttosto che siano un mezzo per nascondere l’incapacità di aprirsi alla diversità.
Non tengo più ad essere definito un writer, sono un persona, una tra le tante e cerco di esprimermi perchè il mio sentire possa essere trasmesso agli altri.

Che onere ha essere un writer nei confronti della società? Penso piuttosto che siamo noi a costare non poco alla società, il privilegio è quello di essere una pecora nera no?! Andare un pò dappertutto, in quei posti che la gente comune vede solo da lontano, quindi probabilmente avere empiricamente una conoscenza più ampia dei luoghi che viviamo.

Quindi secondo te essere writer comporta avere una diversa sensibilità?
Non è che essere un writer comporti un certo tipo di sensibilità, forse ancora una volta non mi sono spiegato bene. E’ proprio il contrario, si è sensibili in modo particolarmente accentuato, sai quella sensibilità che ti fa essere un ragazzetto fuori dalla “norma” a 13 anni, poi te la porti dietro. Tra questi c’è chi diventa writer chi suona chi fà altro, con un certo impegno chiaramente.

Il writing per te dovrebbe comunicare qualcosa? Lanciare dei messaggi magari meno autoreferenziati? I writers di oggi comunicano ancora qualcosa, oppure fanno cattivo uso di questo “potere”?
Partiamo dal presupposto che i writers abbiano una sensibilità che potrebbe portare a definirli degli artisti. Manifestiamo la nostra sensibilità con una forma di dissenso, modifichiamo lo spazio che ci circonda cercando di abbattere il forte carattere impersonale dei luoghi metropolitani che viviamo quotidianamente.
Questo magari è un atteggiamento inconscio, che non risulta tanto distante da un’iterpretazione sociologica del fenomeno.
Appunto di un fenomeno e non di una corrente artistica; semplicemte delle persone che manifestano il proprio disagio contro la struttura sociale contemporanea.
Allora mi chiedo: possibile che solo pochi siano capaci di mettere in discussione ciò che fanno da tantissimo tempo e cercare di dare a quest’attività una direzione che non contribuisca ulteriormente alla distruzione intellettiva del pianeta?
Cioè, se il sistema di dominio globale esige una diffusa carenza di significati, per meglio poter applicare le sue sporche regole di mercato, probabilmente bisognerebbe opporsi a queste dinamiche.
Se i writers rifiutano un certo tipo di contemporaneità, allora perchè non provare a trasformare il potenziale acquisito in qualcosa che non comunichi esclusivamente ad una cerchia ristretta? Qualcosa che possa essere d’aiuto alla collettività.
Altrimenti che vandalismo sia, liberatorio, insensato, devastante.
Il writing sembra essere muto! è diventato un esercizio prettamente compositivo.
Forse non è detto che si debba per forza comunicare in modo esplicito, però mi sembra superficiale da parte di chi è capace di tanta assennatezza non riflettere sul potere dei mezzi che si utilizzano.
Perchè i writers devono essere dei decoratori urbani, sottopagati, criminalizzati, stolti?
Mi rendo conto che non tutti sono artisti e non si può pretendere uno sforzo in questo senso da persone che neanche si pongono il problema.
Un artista invece non può prescindere dal compito di indicare direzioni differenti, che abbiano la forza di sottolineare le cose che non gli stanno bene.
In questo credo sia nascosta la grande differenza tra essere un writer ed essere un artista. Non lo so quello che dovrebbe o non dovrebbe dire o lanciare il writing! Non sta a me dirlo ne tanto meno mi va di farlo. Io ho sottolineato che i writers hanno un potere, che poi lo utilizzino per scopi personali è un’altro conto. A me francamente dispiace che oggi sia cosi, ma non pretendo nulla da nessuno. Chi è sulla mia stessa linea di pensiero capirà quello che ti ho appena detto, chi non lo è pazienza. Il messaggio è stato lanciato, non siamo alle elementari dove ti si dice quello che devi fare!

Come pensi che la gente comune percepisca il writing? Perchè esperienze come CircumWriting hanno preso luogo a Napoli, tra l’altro coinvolgendo istituzioni e autorità molto in vista ? Pensi che la gente di qui sia più propensa ad accettare queste cose? Perchè?
Essenzialmente qualcosa che non comprende bene, poi ognuno da la propria interpretazione in base alla cultura che possiede.
Io sostengo sempre che napoli non sia Italia, è appunto napoli, e questo già giustifica il fatto che CircumWritng si possa realizzare qui e non altrove.
Sai credo che intervengano più fattori per fare che una cosa del genere si concretizzi. Innanzitutto non c’è mai stato un impegno seriamente repressivo nei confronti del writing, vogliamo dire che al sud sono più tolleranti? Io direi che c’è più menefreghismo e molti problemi sociali più incidenti, l’atteggiamento verso la cosa pubblica è che è di tutti ma soprattutto non nostra e allora molte cose si lascia che avvengano.
Pensa solo che tutti i nostri halloffame sono illegali, forse abbiamo si e no due autorizzazioni, ma d’abitudine andiamo a dipingere di giorno e basta, senza chiedere a nessuno; in periferia apprezzano molto il nostro colore.
Comunque, questo se vogliamo lassismo ha fatto in modo che i lavori illegali dei writers potessero essere più elaborati e curati e che quindi abbiano avuto modo di essere apprezzati non solo da qualche occhio più attento.
La situazione milanese non la conosco personalmete, c’è una quantità enorme di writers ma non credo che un atteggiamento repressivo da parte delle autorità sia una cosa intelligente, favorisce solo il vandalismo diffuso, non hai scelta.

Credo invece che la politica adottata dalla circumvesuviana sia molto furba, c’è dietro un agire con molta attenzione al di la del fatto che apprezzino o meno il nostro lavoro, con queste operazioni sono riusciti a controllarlo. Forse con le pellicole si sono illusi di risolvere il problema dei treni dipinti senza spendere troppo in sicurezza, ma appunto è un’illusione non credo che smetteranno mai di dipingere treni, e ritengo che sia giusto così.
Poi credo che oltre alla volontà di controllare il fenomeno la loro sia certamente una dichiarazione di consenso almeno nel gusto, verso quello che facciamo.

Ti interessa avere un riscontro con la gente comune?… sapere se gli piacciono le tue tele/pezzi, se li capisce. C’è una domanda che di solito ti fa incazzare?
Certo che mi interessa il riscontro con la gente. Il writing è un’arte pubblicamente gratuita, sono contento quando un mio lavoro è apprezzato, mi da soddisfazione chiaramente. Che capiscano il senso di un wildstyle mi interessa meno, mi rendo conto che solo un occhio allenato può pienamente comprenderlo, però nel grigiore delle periferie già una macchia di colore è un botta di vita che la gente comune percepisce con favore.
Se voglio dire qualcosa devo cambiare mezzo, non posso scrivere il mio nome per dire che qualcosa va cambiato, resta un affermazione troppo vaga.

La domanda più divertente e che è diventata un tormentone nel corso degli anni è se sono Raffo!! 🙂 Raffo è il writer del popolo a Napoli, come lui stesso si definisce e tutti gli voglio molto bene.

Perchè hai iniziato a dipingere e perchè continui a farlo oggi nonostante i problemi spuntino come funghi e sia una cosa molto inflazionata? Com’è cambiata la tua visione del dipingere negli anni? continuare è un’esigenza, è una sfida con se stessi, cos’è?
Nessuna sfida, è iniziato per gioco ed è diventata una necessità. Mi fa stare bene e non vedo problemi reali nel continuare a farlo. Dipingere mi libera l’anima, spesso lo utilizzo proprio come terapia, anche quando faccio una tela caccio tutto quello che ho dentro, lo congelo lo metto fuori e dopo mi sento meglio. Ultimamente è un atto capace di svuotarmi talmente che dopo sono stanco morto.

Negli anni ho preso sempre più consapevolezza verso quello che facevo, credo sia normale fa parte della crescita. Ho cominciato ad attingere dalla pittura tradizionale, dalla scultura da tutto ciò che mi suggestionava, a considerare il writing non più solo uno sfogo di spirito irrequieto, ma come qualcosa con un grande potere che andava arricchito in qualche modo. Comunque resta sempre viva una forte carica istintiva e questo lo rende puro come lo era il primo giorno che ho cominciato a farlo.

Dipingere i treni per un writer è fondamentale, se non l’hai mai fatto ti resta un’ esperienza parziale di cosa sia il writing realmente. Potrai diventare fortissimo ma ti mancherà sempre qualcosa e non è una cosa di poco conto.

Cosa pensi che sia il motore del writing?
Iwriters chiaramente. La possibilità di portare la propria arte ed il proprio pensiero a tutti, scegliendo arbitrariamente dove e quando. Per questo ti dicevo che il potenziale di questa pratica è poco sfruttato. Oggi credo che sia la mancanza di significato critico ad alimentare ancora questo motore, ne favorisce in qualche modo la tolleranza sociale.
In futuro spero sia la volontà di dire qualcosa, e di farlo con i mezzi che si sanno ben utilizzare.

Ci sono dei momenti in cui ti senti stanco di tutto e avresti voglia di smettere, poi perchè non lo fai…
A volte mi capita di essere stanco, di voler fare altro ma poi come ti ho già detto ne ho bisogno. Fa parte di me è il mio modo di comunicare, non credo che smetterò mai di dipingere.

Da diversi anni a questa parte ti sei concentrato sul one-line. Puoi gentilmente parlarci meglio di questa cosa? Come hai fatto a riscoprire questa pratica che risale alle origini del writing e più in generale della scrittura in sé? Perchè pensi che sia così snobbata tuoi colleghi?
Il oneline è un virtuosismo, ma nello stesso tempo è il modo più spontaneo di scrivere. Quando ho cominciato a disegnarlo su tela cercavo qualcosa di semplice, che mi consentisse di parlare di writing senza cadere nella retorica usando però una tecnica classica, ed il one line si prestava bene, molto bene, tanto da farlo diventare poi un wildstyle. Mi ha consentito di sviluppare un linguaggio inconsueto nel writing senza perderne le radici. Almeno cosi mi è sembrato.

Non saprei dirti se è una pratica snobbata dagli altri writers, vero è però che fare delle belle lettere con il oneline non è semplice, anzi ci si riesce molto meglio disegnando una lettera per volta.
Diciamo che il oneline per me è stato l’inizio di un tipo di pittura molto più istintiva e meno ragionata. Le prime tele le ho fatte quasi ad occhi chiusi, cercando di non pensare alla forma che avrei ottenuto ma solo sapendo che avrei scritto eno seguendo un’unica linea initerrotta, da li il resto in un crescendo compositivo sempre più razionale.

Sei originario di Napoli, ma vivi a Roma, quali sono le realtà più interessanti che hai visto in circolazione?
Ti dirò, il writing si ripete con dinamiche molto simili in tutte le metropoli occidentali, certo la scena romana non mi soddisfa molto, c’è una marea di gente che scrive, ma spesso mi sembra di vedere pezzi in stile, è una sorta di neoclassicismo ma senza alcuna innovazione. Probabilmente a Milano c’è molto più fermento, anche a Napoli c’è gente che si sbatte da anni, però a dire il vero non saprei darti un giudizio. Non so se si possa parlare di scena più interessante, magari di individui che si distinguono più di altri.

So che ti muovi spesso, e in passato hai vissuto all’estero per diverso tempo, che significato ha per un writer il viaggio, pensi che abbia delle connotazioni diverse rispetto al comune turista? E per te?
I writers cercano ovunque le stesse cose, girano e guardano tag pezzi adesivi, vetture ferroviarie e via dicendo, credo che sia un modo alquanto insolito di viaggiare, notando cose che per la gente comune si ripetono indistintamente in ogni città, mentre il writer ne scruta le differenze.

Nel mio unico viaggio fuori europa, in Marocco, mi ha colpito molto l’assenza totale di tag, anche nelle grandi città, forse mi sono sfuggite perchè magari cercavo altro ma non ricordo di averne viste, questo mi ha colpito molto, mi ha fatto sentire ancora più forte la sensazione di essere lontani dalla nostra cultura, anche se poi il Marocco è uno degli stati più occidentalizzati dell’Africa.

Ok che domanda vorresti che ti facessi a questo punto?
Qual’è il mio piatto preferito! La pizza! Rigorosamente fatta a Napoli, il top è quella di Michele ai tribunali. L’impasto migliore di Napoli, poi puoi scegliere solo tra margherita e marinara e questo dice tutto!

Ora se vuoi puoi farne una a me.
sigh! Devo stare attento allora, non posso giocarmela con superficialità!
Cosa ti ha fatto scegliere di dedicare parte del tuo tempo a documentare il writing, sei stata anche tu un writer o qualcuno a te molto vicino ti ha fatto amare questa forma espressiva?
Direi entrambe le cose, ero una ragazzina come tante, che cercava una maniera intelligente di impiegare il proprio tempo. Il writing mi è sembrato un’alternativa interessante. La dedizione verso i graffiti è la stessa che metto in tutte le altre cose che mi interessano… e chi mi conosce lo sa!
C’è stata una persona che più di altre mi ha fatto vivere e amare il writing, che mi ha sostenuto e sopportato: GRAZIE NIKO!

Cosa ti auguri per il futuro? Per te e per gli altri, a livello artistico e non solo…
Un grande sussidio artistico, in modo da poter continuare a coltivare la nostra arte senza doversi rinchiudere nelle carceri del lavoro. La ricchezza economica non mi interessa, ma per poter coltivare l’intelletto devi pur mangiare e mantenerti da solo in qualche modo.

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