Graffiti: figli di un fallimento culturale

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Lo dice il nostro Ministro dell’Interno Cancellieri in visita a Brescia.
Che dire: ora che i tecnici ci hanno salvato dal default, potranno anche sottrarre i giovani a questo default culturale…

Ministro Cancellieri

Source: Corriere Della Sera di Brescia – 13.3.2012

La Brescia che ha ritrovato da ministro dell’Interno è la stessa che ha lasciato nove anni fa da prefetto: stesso dinamismo economico, stessa solidità etica, stesso tasso (contenuto) di criminalità. C’è un’unica differenza. Oggi i muri di Brescia sono più sporchi. Invasi, anzi deturpati, dai graffiti. «Devo ammetterlo: ci sono rimasta un po’ male». Anna Maria Cancellieri è persona diplomatica, il garbo è nel suo Dna, ma la vista di una città che ha molto amato sconciata in alcuni dei suoi angoli più belli le è dispiaciuta. Lo conferma in prefettura in un’incontro con la stampa ritagliato fra i mille impegni della due-giorni bresciana, distribuiti fra la presenza in mattinata all’inaugurazione dell’anno accademico alla Statale e l’intervento in serata a Castenedolo all’incontro per commemorare Mino Martinazzoli. A fare gli onori di casa Narcisa Brassesco Pace, terzo prefetto donna della storia bresciana che oggi occupa l’ufficio retto un decennio fa dall’attuale titolare del Viminale.

Spray e decoro

Il ministro Cancellieri, che da commissario prefettizio a Bologna si fece la fama di castiga-graffitari, non dispensa facili ricette. Preferisce svolgere una riflessione articolata su questo fenomeno di degrado urbano. «Le repressione pura e semplice – osserva – serve a poco. È difficile trovare l’autore mentre sta facendo la scritta. Serve piuttosto una presa di coscienza collettiva su un fatto essenziale: il bene comune va salvaguardato».
Secondo la titolare del Viminale «nel graffito non c’è nulla di artistico, e in passato forse c’è stato qualche equivoco e un’eccessiva indulgenza su questo aspetto. Se davvero è una manifestazione d’arte, gli autori la facciano dove è possibile e compatibile. Noi a Bologna abbiamo realizzato degli spazi dedicati agli artisti, se erano tali». Ma nei giovani che con il viso coperto e il cappuccio calato sul volto impugnano una bomboletta e sfregiano i muri della città il movente è un altro: «È il desiderio di mettere una firma, di segnare il proprio passaggio. È un modo sbagliato per esprimere la propria personalità. La firma in realtà si lascia tenendo pulito e amato il proprio bene. In questo senso il graffito rappresenta il punto finale, il fallimento di un sistema culturale».

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