Bean interview

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In questa intervista realizzata per la rivista bimestrale Groove nel dicembre del 2005 Bean parla della propria esperienza personale e di quella con il Rebel Ink. Quella che segue è la versione integrale del testo non pubblicata interamente sul giornale per motivi di spazio.

Ciao Luca, come prima cosa per favore parlaci un po’ di te e degli altri componenti del gruppo, chi siete, da dove venite, quanti anni avete e qual è il vostro background artistico.

Rebel Ink è un progetto sperimentale che coinvolge writing, illustrazione, calligrafia. E’ formato da me, Marco Klefisch e Rae Martini. Andiamo tutti verso i trenta, e abbiamo vissuto attivamente il periodo del writing milanese degli anni novanta, da poco dopo le sue origini (quando la gente comune non sapeva ancora come chiamare quelle robe lì sui muri) fino al vero e proprio boom e alla sua stabilizzazione (quando la gente ha cominciato a pagare per avere nella sua pubblicità quelle robe lì sui muri). Personalmente ho avuto la fortuna di crescere artisticamente all’interno del writing nel periodo in cui c’era ancora molto da inventare a livello di stile e quindi c’era molta ricerca; voglio dire che quando vedevi un pezzo nuovo spesso era una cosa scioccante, mai vista, non solo una buona esecuzione di uno stile ormai consolidato da tempo, come accade invece oggi. Ero continuamente stimolato da questo tipo di input, quando giravano i primi numeri di Xplicit Grafx e di Terrorist e capivo che c’erano possibilità infinite nel disegnare delle lettere, e che lo stile europeo ne offriva almeno quanto il wildstyle. E’ chiaro che ora è più difficile inventare qualcosa in quest’ambito, forse il movimento dei Graffiti è ancora relativamente troppo giovane per parlare di una possibile saturazione degli stili, ma credo che questo possa avvenire prima o poi. E’ quindi utile oltre che necessario guardare ad altri campi espressivi per aumentare il proprio background e sentirsi motivati.

Com’è avvenuto il vostro incontro? Come e quando avete deciso di mettervi a dipingere assieme?

La prima volta che ho scritto Rebel Ink era per dare un nome ad una mostra all’interno dell’Air Brush Show in cui io esponevo i miei lavori e Cleph le sue foto, che avevano quasi tutte me come soggetto.

In quell’occasione, volevo che la gente vedesse dal vivo la calligrafia e che capisse l’importanza e la correlazione che questa ha con il writing. Per apprezzarla in maniera completa devi vederla fare, quindi mi sono messo a scrivere coinvolgendo anche Klefisch e Francesca Gandolfi (che inizialmente faceva parte del gruppo), calligrafa di professione che avevo conosciuto tramite l’Associazione Calligrafica Italiana.

Eravamo tutti e tre a questo tavolo a disegnare e si creò una nuvola di persone intorno, sentivamo i commenti della gente che flashava a vedere scrivere le lettere gotiche e corsive con i pennini, esattamente come era successo a me. Creare curiosità era il mio intento e sentivo che c’era interesse verso questa cosa e che soprattutto si creavano delle sinergie particolari a lavorare assieme sulle stessa superficie.

Quindi successivamente abbiamo pensato a come sviluppare questo tipo di performance, lavorando con i marker e l’inchiostro su della carta fissata ai pannelli durante le serate nei locali. Abbiamo coinvolto da subito anche Rae cominciando a sperimentare con i colori e i materiali. All’inizio usavamo tutta la gamma cromatica dei marker che avevamo a disposizione, e ci fermavamo solo quando la parete era completamente piena ed eravamo sfiniti, sia mentalmente che fisicamente. Klefisch lo chiamava “cadere vittime del proprio peso grafico”. Abbiamo provato a scrivere tirando dei pugni con i guantoni da box intinti nell’acrilico, e anche affiancando dei collage al disegno. I primi tentativi erano sicuramente molto confusi e privi di metodo, non avevamo nessun modello di riferimento, trattandosi di una cosa nuova e completamente sperimentale. Poi abbiamo capito dagli errori cosa potevamo migliorare. I colori si sono ridotti a tre (bianco, rosso e nero, salvo qualche eccezione), Rae ha cominciato ad utilizzare lo spray per tracciare le outline, dalla carta siamo passati alla tela. Ho chiesto a Rae e Klefisch di lavorare insieme prima di tutto perchè ho sempre seguito e stimato il loro percorso artistico, chi li conosce sa di cosa parlo. Hanno una dedizione rara in quello che fanno. Il concetto di Rebel Ink è quello di portare lo sketch come spettacolo; trasformare la fase di progettazione del writing, quella più intima e di autoricerca, che di solito avviene nella propria camera ascoltando un disco sotto una luce fioca sulla scrivania o bevendo una birra e scrivendo sul sottobicchiere, in un prodotto finito, da mostrare al pubblico nella sua cruda raffinatezza. Se si sbaglia, non si può correggere.

A volte cado quasi in trance, talmente sono concentrato a scrivere e ad ascoltare la musica; passa la gente a salutarmi e neanche la vedo. Quello che succede durante la nostra performance è realmente paragonabile alla musica, al jazz in particolare; la nostra è sempre improvvisazione, quindi dobbiamo “ascoltarci” per capire quando e dove intervenire sul lavoro degli altri contaminandolo ma senza snaturarlo; è una cosa molto delicata, quasi una responsabilità. Si tratta di condividere lo stesso palco sovrapponendo i propri assoli per ottenere un’unica identità musicale, e naturalmente è molto difficile stare fermi con gli strumenti quando non si ha uno spartito da seguire. Ci siamo progressivamente autodisciplinati ed abbiamo capito dove unirci con le linee e sopratutto quando fermarci, lasciando degli spazi vuoti per far respirare il lavoro complessivo. Il primo Rebel Ink veramente riuscito è stata una grossa soddisfazione per tutti, il risultato era un pannello di 5 metri per 2 stracolmo di particolari ma omogeneo, e funzionava.

Se non sbaglio il “Rebel Ink” in precedenza, era un tuo progetto personale legato a delle esposizioni fotografiche e alla creazione di una rivista interamente dedicata al lato più crudo del writing: tag, flop, throw ups… Com’è avvenuto il passaggio dal progetto editoriale alla performance di gruppo?

L’idea iniziale della rivista era buona, ma credo che i tempi non fossero ancora maturi per quel tipo di cose. Io volevo solo materiale italiano per raccogliere i lavori di gente talentuosa nello scrivere e nello studiare i flop, senza inserire le solite foto degli stranieri che sono sempre stati più bravi in questo. Purtroppo mi arrivava materiale tremendo, poche belle sorprese nella cassetta delle lettere insomma; quello che avevo raccolto io non bastava quindi ho cercato altri modi per far conoscere la calligrafia, che sono poi diventati quello di cui citavo sopra.

In writing è un movimento molto autoreferenziato, voi al contrario lo presentate come sport di gruppo, siete una squadra, anche lo stesso risultato è quasi una fusione tra le vostre diverse esperienze… come ci siete arrivati? Ognuno ha dei compiti prestabiliti? Vi accordate in precedenza oppure dipingete in freestyle e perché non usate gli spray?

Gli spray li usiamo eccome, anche se in maniera molto ristretta, anche perchè lavoriamo quasi sempre in locali chiusi. In genere Klefisch si occupa dell’illustrazione, io della scrittura e Rae del writing, poi capita che ciascuno ci metta del suo. In passato abbiamo tentato anche a provare prima di esibirci, ma le superfici di allenamento non sono mai uguali a quella definitiva, e soprattutto non riusciamo a stare mai seri fra di noi in queste situazioni! Meglio improvvisare, e una tecnica che tira fuori le vere capacità che abbiamo. Non sappiamo mai come andrà a finire ma se il risultato è buono, è anche più soddisfacente. Poi dipende anche molto dal numero dei free drink…

A me interessa particolarmente il concetto di gruppo…”too many I’s and not enough we’s” recita un mc poco noto. Nell’hip hop in generale, c’è sempre stata questa necessità di spingere il nome in maniera egocentrica, anche all’interno di una crew. Veniamo da realtà parallele del writing milanese ma che hanno viaggiato sempre su binari diversi. Il fatto di incontrarci, conoscerci e unire i nostri background per un obbiettivo comune è di sicuro più producente che alimentare ognuno il proprio Ego Trip.

Un’altra caratteristica dei graffiti tradizionali è quella di essere un movimento a sé, che storce il naso di fronte alle contaminazioni. Voi al contrario sembrate molto aperti nei confronti di ciò che non è strettamente writing, o sbaglio?

Sicuramente ci interessano parecchi aspetti dell’arte, è stupido chiudersi per qualsiasi tipo di movimento. “La vita, amico, è l’arte dell’incontro”, come diceva Vinicius De Moraes. Ci sono state delle collaborazioni con altri artisti durante le date del Rebel Ink tour dell’anno scorso; abbiamo lavorato con Luigi Stopar (tatuatore), Francesca Biasetton e altre calligrafe, e oltre a confrontarti artisticamente ti rendi conto di come le altre persone abituate a lavorare su supefici molto più ridotte approcciano la tela, Luigi ad esempio usa i marker da 5 cm come dei pennelli. Poi c’è la musica che è una componente fondamentale delle nostre serate, più volte c’è stato il Dj set dei  Conflix (Sean e Zippo) a rendere funk il tutto. Una volta abbiamo dipinto una tela di 10 metri per 2 su una montagna, in un posto sperduto della provincia di Brescia con una chiesa a porte aperte accanto, dove all’interno avveniva un concerto per pianoforte di musica classica. E’ stato pazzesco, un’esperienza  mistica e di sicuro la più insolita in quest’ambito. Mi piacerebbe organizzare delle serate con altri gruppi, magari un quartetto jazz o dei Dj di musica elettronica.

Su tutti i vostri flyer si trova scritto “che la vostra non è una performance post graffiti”… puoi chiarire meglio questa affermazione.

Si è parlato nell’ambito della Street Art di Postgraffiti: penso che quello che noi facciamo sia quanto di più vicino e rispettoso verso il writing originario, seppur reinterpretato e arricchito delle nostre esperienze personali. É un percorso a ritroso che cerca l’origine del disegnare una lettera, evolverla e del tracciare un segno in un certo modo. Magari pre-graffiti. Niente Post.

Molti writer ad un certo punto della propria carriera subiscono una svolta creativa e non vogliono più essere definiti tali. Credi negli appellativi oppure non è con un termine che si identifica un valido artista (a prescindere di quale sia il suo ambito).

Io scrivo, quindi sono un writer. Identificarsi con questo termine significa rappresentare una cultura ben precisa, che bisogna conoscere e difendere. Ma quello di cui parli tu non è una questione di terminologia. Io sono costantemente affascinato da qualsiasi cosa mi dia uno stimolo creativo, in qualsiasi ambito. Ultimamente sto fotografando alberi, foglie, rami; ammiro il design e i mutamenti cromatici che la natura regala durante le stagioni. Tu dirai: che scoperta. Questo è il mio momento per farci caso e per trarne ispirazione. Non me ne frega niente di fossilizzarmi sulla stessa cosa per essere coerente agli occhi degli altri. La curiosità , la capacità critica e la voglia di contaminazione sono il motore di tutta l’arte. Le etichette in questo caso possono essere anche nocive.

Grazie al discorso personale che stai portando avanti da diversi anni, prima da solo, poi con il rebel ink, molti writers e nuove leve hanno riscoperto il gusto per la bella scrittura. Questa passione com’è nata?

Da sempre ho l’istinto grafomane di scrivere e di deformare le lettere, diciamo che ora questo istinto l’ho educato un po’.

Ho studiato calligrafia tramite l’Associazione Calligrafica, ma molto più da autodidatta, mi interessa più che altro l’interazione che questa ha con il writing. Forse è una cosa ereditaria, anche mia madre e mio padre scrivevano molto bene. Scrivere è un’arte antica che sarebbe morta se non venisse tramandata; io faccio semplicemente questo, nel mio ambito.

Ultimamente mi hanno proposto di insegnare calligrafia ai ragazzi, molti di questi sono giovani writers che vogliono capire, imparare a disegnare le lettere come si deve; anche se in genere è una cosa che si fa da autodidatti, è giusto anche facilitargli il percorso.

Mi fa piacere che molti siano stati influenzati dal mio lavoro, ma credo di poter aver dato un input; poi ognuno fa da se.

Mi aveva molto colpito l’articolo che hai scritto per l’ultimo Tribe uscito nel 2000, intitolato “Tag’s science”…

La firma è il tuo biglietto da visita, e sono tanti i parametri per giudicarla.

Se hai una buona tag, se ci fai bene caso, la puoi inspessire, metterci una outline, un 3D e uno sfondo, e hai già la base per un buon pezzo.

Mi ha sempre stupito il fatto che le firme su Subway Art fossero obbiettivamente più belle di quelle moderne. Alla fine degli anni ‘90 c’è stato un momento in Italia in cui la gente scriveva malissimo, una cacografia diffusa, incredibile, con tutto il materiale che c’era a disposizione per avere ottimi esempi di writing. Credo che in quel momento il bombing prevalesse sullo stile, o forse i nuovi writer ignoravano le origini quasi del tutto. Ci credo che poi la gente si lamenta per le firme sui palazzi, la maggior parte fanno schifo anche a me! Ora la situazione è notevolmente migliorata (ma la gente continua  a lamentarsi…strano).

Secondo te all’alba del 2006 ha ancora senso parlare d’originalità?

E’ veramente difficile rispondere. Sembra sempre che tutto sia già stato fatto poi se ne esce un tizio da chissà dove e spiazza tutti con uno stile freschissimo. E’ anche vero che questo succede sempre più di rado, ma penso che si possa rendere ancora personale qualsiasi tipo di stile. Questi sono senza dubbio gli anni del revival, in cui tutto viene riproposto e mescolato, gli anni ’60 con gli ’80,  i ’70 con i ’50 e così via, non è che i prodotti del nostro secolo manchino di identità, è che li riconosci proprio da questo meltin’ pot di stili. Questo vale in generale per tutta l’arte, dalla moda  al design. Le differenze sono sempre più sottili, poco nette, vanno quindi cercate nelle sfumature. Ho cercato Rebel Ink perchè non vedevo più nei graffiti quello che avrei voluto continuare a fare. Penso valga per tutti noi tre. Quando non c’è più niente da bruciare devi essere disposto a buttare te stesso nel fuoco.

Siete interessati ad avere un riscontro con il pubblico? La gente comune come pensi che percepisca quello che fate?

Il pubblico che viene a vederci, anche se si trova lì per caso, è il nostro riscontro. Dipende poi dal luogo, dall’età di chi ci osserva, dal tipo di contesto; molti lo associano direttamente ai graffiti, la gente più grande in genere lo preferisce ai pezzi. In generale il nostro lavoro viene apprezzato; quello che non vogliamo assolutamente è che resti relegato solo all’ambiente del writing, ma che possa essere visto e compreso da tutti. Per questo accettiamo di farlo anche in contesti diversi.

Che tipo di pubblico è presente alle vostre serate?

Mah, ti ripeto, dipende dal contesto. Di solito sono ragazzi che vengono alle serate a prescindere che ci sia Rebel Ink o no. Altri sono degli strippati che ci seguono proprio. Quando siamo stati in Valvestino, in montagna, l’età media degli spettatori era di cinquant’anni, ma erano tutti molto stupiti e interessati, ci facevano un sacco di domande e noi spiegavamo volentieri quello che stavamo facendo. Se c’è rispetto e serietà, si può arrivare a chiunque, senza mantenere quell’autismo che è tipico del writing e che è totalmente sterile.

Pensi che il discorso artistico che state portando avanti vi garantisca un consenso più ampio da parte dell’opinione pubblica e della eventuale critica artistica?

Questo non lo so, non me ne preoccupo molto. L’opinione pubblica predilige sicuramente le attività legali. Non per questo i throw up in strada hanno meno valore.

Cosa ne pensi del fenomeno della street art?

Di sicuro i pupazzetti fanno più soldi dei graffiti.

Ognuno è libero di esprimersi come vuole. Ho visto anche delle cose molto interessanti codificate come “Street Art”. Certo che vedersi accomunati a della gente che non ha mai fatto un treno è che si è stampata dieci adesivi fra un’ora di montaggio video e una di computer grafica, ti fa un po’ incazzare. I termini quì sono importanti. Per questo ci teniamo a prendere le distanze dallo “Streetto Meesto”, come lo chiama Fritz. Tutto finisce dentro lo stesso pentolone, oppure viene selezionato spesso da incompetenti che si sono comprati ieri un tracker cap e un paio di scarpe da skate. Il writing può essere venduto al giusto prezzo, non svenduto. Chi si rapporta con le aziende di abbigliamento o con qualsiasi realtà che richieda il contributo di un writer, deve imparare a far valere quello che vende. Sai quanta gente mi ha telefonato per chiedere degli sfondi per i loro servizi di moda, spiegandomi che “per queste cose purtroppo non ci sono budget a disposizione” eccetera.. ?! Ti parlo di marchi grossi, importanti..è incredibile. A volte sembra che caschino dalle nuvole, un modo molto convincente di prenderti per il culo. Poi magari c’è il centro sociale che vive di sottoscrizioni ma che ti organizza una serata coi fiocchi, ti paga bene e subito. Ho sentito dire da chi gravita attorno all’ambiente delle gallerie e affini che ultimamente la Street Art sta subendo un calo d’interesse. Capisci che a maggior ragione , se proprio devo essere “quotato”, non ci tengo ad essere accomunato a un fenomeno che non centra nulla con quello che facciamo noi?! Per quanto riguarda l’opinione che la gente comune ha dei graffiti, i media hanno sempre fatto una pessima parte per formarla correttamente, ti cito una roba che ha scritto un profano d’eccezione, Beppe Grillo: “La tolleranza zero e il buonismo nei confronti dei ragazzi che imbrattano servono a poco. Vanno cambiati gli spazi cittadini e va restituita la città ai suoi abitanti (…) I graffiti nascono dall’eccesso di proprietà privata (…) Nelle città privatizzate, in cui tutto è di qualcuno, in cui tutto è cemento, i graffiti si diffondono come un virus. Sono una forma di rifiuto sociale. Un’aggressione simbolica  a chi li osserva”. (dal blog www.beppegrillo.it)

Sarebbe già un passo avanti se molti la pensassero così.

Sappiamo che hai una grande passione per la musica e di recente sei uscito con un nuovo album. Vuoi parlarcene?

Ho fatto questo concept album di 10 pezzi, rappati sulle strumentali di El P che è un produttore che ammiro particolarmente, quindi Lingua Ferita rappresenta anche un tributo al suo suono. Trovo che lui assieme a Madlib e pochi altri rappresentino un’alternativa intelligente al Rap che si sente in giro adesso.  Musicalmente sono sicuramente più interessanti, meno ovvi, e aperti ad altre contaminazioni musicali. E’ stato stato divertente tornare in studio e vedere cosa veniva fuori; ho tirato in mezzo anche Rae che ha fatto due pezzi con me, e Klefisch ha fatto la grafica del sito, www.lordbean.com, dal quale l’album è completamente e gratuitamente scaricabile, quindi Rebel Ink a 360 gradi. L’ho messo in rete perchè i costi di realizzazione sono stati quasi nulli, e poi perchè non essendo miei i beat, era giusto così. Le prime cose che ho fatto erano forse anche più laboriose, ma c’era la collaborazione di un sacco di gente, stavamo ore in studio con Esa, Fritz, Inesha, erano tempi strani in cui ci si divertiva parecchio. Stavolta è stato tutto più semplice, ma mi sono tolto un sacco di sfizi, dagli spezzoni dei film alle parole che ho detto. Il rap è un mezzo di espressione potente, perchè è immediato e diretto, e non ci vogliono grandi mezzi per farlo. Lo utilizzo volentieri quando ho delle idee, e ci metto dentro tutto quello che mi influenza e che mi stimola. Le prossime cose che farò saranno sicuramente diverse.

Cosa ti auguri per il futuro e che progetti avete in cantiere?

Non faccio più di tanto progetti a lungo termine, anche perchè le situazioni cambiano molto velocemente. Spero di fare più date possibili. Stiamo lavorando al nostro sito, dove è possibile mettersi in contatto con noi e dove saranno presenti le foto di tutte le nostre mostre ed esibizioni. Peace!

Intervista realizzata da Sara – Dicembre 2005

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