Marco Teatro interview

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on Google+Share on TumblrShare on LinkedInPin on PinterestEmail this to someone

Marco Teatro è forse il “soggetto ideale” per una riflessione razionale e ragionata circa che cosa è stato ed è la storia dell’Aerosol Art in Italia, con particolare riferimento a Milano ovviamente, e quale e quanta influenza questa forma di espressione ha poi sviluppato sul tessuto urbano. Del resto Teatro rappresenta ormai una “memoria storica” unica e ciò è confermato dal fatto che è continuamente pedinato da giornalisti e studiosi di ogni genere, mamme disperate che gli chiedono di spiegare la psicologia dei figli adolescenti ecc.: Wildstylers per sua fortuna gli ha chiesto un contributo molto meno gravoso…

Che cosa spinge ogni singolo writer a fare graffiti non posso saperlo, la mia personale esperienza è una passione irrefrenabile e istintiva; ho cominciato nel 1986, quando Milano era sommersa di scritte politiche e coloratissime mascherine, vivevo già negli squat e la cultura punk era al suo apice.

Durante un viaggio nel nord Europa restai colpito dalla presenza delle tag in molte città, non capivo, abituato al fatto che si usassero le bombolette spray sui muri come mezzo comunicativo, non mi capacitavo del fatto di usare preziose energie per diffondere un incomprensibile nome, così personale e individuale.

Nonostante questo c’era qualcosa di estremamente affascinante e attraente in questa pratica, forse l’eleganza, lo stile, la calligrafia ricercata e l’impegno degli autori a dare il meglio di sè; di solito, nelle comuni scritte a cui ero abituato, questo aspetto era completamente assente (lo stile, l’arte), il messaggio collettivo era solitamente crudo e asettico, se non semplicemente cattivo e disturbante.

La vera scoperta furono i graffiti veri e propri, collocati in luoghi definibili “terra di nessuno”, luoghi di passaggio, nascosti, sotto i cavalcavia o lungo le ferrovie, dove nessuna persona avrebbe mai motivo di passare. Spazi che sarebbero normalmente, profondamente vuoti e dimenticati da chiunque, ma presenti e concreti in tutte le strutture urbane. Luoghi squallidi e abbandonati, che hanno subìto una colonizzazione umana, viva, con un impeto e una forza smisurati.

Queste sensazioni mi portarono a comprare alcune bombolette spray di bei colori vivaci, allora introvabili in Italia, e fare il mio primo pezzo sui muri del centro sociale che frequentavo.
Ovviamente i miei primi lavori erano influenzati dalla mia cultura e molto lontani dall’ Hip Hop che cominciava a farsi vedere in Italia.

Finalmente apparve anche a Milano una firma elegante e decisa, l’unica in tutta la città simile a quelle scoperte in altri paesi: “spyder7”, non avevo la minima idea di chi fosse ma nello stesso tempo avevo già capito di cosa si trattava, guardavo i passanti spediti non accorgersi quasi nemmeno della presenza di quella “macchia” incomprensibile ma premonitrice di quello che sarebbe avvenuto da lì a poco. Nello stesso anno si fece avanti il primo personaggio degli ambienti underground milanesi che ebbe il coraggio di firmasi con il suo soprannome, A.T.M., nella scritta i puntini diventavano grossi fino quasi a sembrare delle piccole “o”, molti cominciarono a chiamarlo Atomo.

Il primo graffito che vidi eseguire dal vivo fu il suo, sulle saracinesche della libreria Calusca che allora si trovava in Corso di Porta Ticinese. La scritta Hip Hop invece, eseguita da un’altra mano misteriosa si ripeteva in vari punti della città, ma era un primo abbozzo di vero e proprio graffito.

Nel 1988 il writing si fa largo e compaiono nelle notti sempre più numerose le firme, attribuite dai giornali, in un primo momento, addirittura a delle scritte arabe dei nuovi immigrati…!
Sarà poi nel ’99 che esploderà come una pentola a pressione e investirà la città come un’onda in piena. Il writer non riconosce il diritto di proprietà di un muro, l’esterno degli edifici, che forma un paesaggio permanente e insormontabile, è l’unico spazio colonizzabile dalle classi escluse dalla vita, per la prima volta le nuove generazioni abbracciano uno strumento che prende proporzioni planetarie e che esce dalle assurde regole dell’uomo macchina.

Si estende un tessuto sociale libero e autentico che formerà connessioni con l’arte tutta, quella vera, non quella costruita per il mercato del riciclaggio del denaro. L’arte vera è quella popolare, di tutti e alla portata di tutti. I graffiti sono in perfetta armonia con le città moderne, nel bene e nel male, anche quando urtano il falso senso civico degli abitanti; evidenziano l’orrendità delle periferie, illuminano gli squallidi palazzoni popolari che deturpano permanentemente il paesaggio, i paesi isolati e uccisi dalle autostrade e dagli sbarramenti artificiali di fabbriche e viadotti.

Il problema serio è stato senz’altro il fatto che una cultura proveniente da città nuove come quelle americane e importata in un paese dove esiste una enorme quantità di case storiche e edifici monumentali come l’Italia, comporta un’ inevitabile deturpamento di questi, che comunque è stato assimilato rapidamente dai writers che hanno, da soli, raggiunto una coscienza di questo problema, ma c’è voluto il suo tempo.
Nonostante tutto, questi monumenti, neri di smog e deturpati da pubblicità orrende hanno gridato la loro presenza solo con l’arrivo dei writers, prima erano assolutamente sdegnati dai frettolosi cittadini, curanti solo dei soldi.

Sono cambiate molte cose da quando iniziai io, non so dire se la spinta emotiva dei nuovi writers è ancora simile o è cambiata, sicuramente è da tempo in atto una evoluzione, prende nuove strade, si fonde con vecchie e nuove correnti artistiche, contamina la vita quotidiana e si lascia contaminare.
Sicuramente, posso dire, lo rifarei.

Marco Teatro

Posted in Art Interviews Tagged with: , , , ,