Repo interview

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[…]Ho sempre pensato al writing come vandalismo o come una forma di grafica più che come arte e la cosa non mi ha mai creato particolari problemi perché non cerco alcuna legittimazione artistica. Cerco solo di fare qualcosa di cui non riesco assolutamente a fare a meno, vandalismo o non vandalismo che sia. […]

Ciao Repo, partiamo dalle presentazioni, chi sei, quanti anni hai, da dove vieni… che tipo sei.
Ciao, non c’è molto da dire dopotutto.
Sono di Bologna e ho ormai 28 anni, dipingo da quindici cercando di non prendermi troppo sul serio mentre porto avanti qualcosa di mio – ammesso che ci riesca – scrivendo le quattro lettere del mio nome, delle mie crew, BSA e XYZ, e saltuariamente le lettere di pseudonimi scelti quando non mi va di scrivere Repo. Ritengo che, per quanto bravo o conosciuto uno sia, non debba montarsi la testa perché in fondo non stiamo facendo nulla di così trascendentale o determinante, stiamo solo scrivendo su un muro o su un treno, ad uso e consumo di un ambito totalmente autoreferenziale. Ho sempre pensato al writing come vandalismo o come una forma di grafica più che come arte e la cosa non mi ha mai creato particolari problemi perché non cerco alcuna legittimazione artistica. Cerco solo di fare qualcosa di cui non riesco assolutamente a fare a meno, vandalismo o non vandalismo che sia.

Com’è che hai iniziato ad interessarti ai graffiti? quanti anni avevi e che cosa facevi all’epoca? Raccontaci la tua storia.
Be’, io a Bologna sono cresciuto vicino ai Giardini Margherita, un giardino pubblico sulla cerchia dei viali che negli anni ha visto il passaggio di skaters, writers ed altri frequentatori di certe culture. E’ un luogo che ho frequentato fin da quando ero bambino e nel 1992, all’età di tredici anni, complice un crescente interesse per lo skateboarding e per ciò che avevo visto sulla rivista Skate – che per quanto non potesse competere in serietà con Trasher, aveva una rubrica sul writing tenuta da Frankie Hi-NRG che subito aveva calamitato la mia attenzione – cominciai a prestare attenzione ai pezzi che campeggiavano sui muri.
Disegno da quando ho ricordi e quel mix di forme e colori mi si riversò addosso con una potenza esagerata: intuivo che oltre a ciò che si vedeva in superficie c’era molto di più in quell’uso e reinterpretazione, allora ancora insolite per me, di lettere e luoghi.Capii subito che era ciò che volevo fare e di lì in poi cercai in ogni modo di saperne di più: giravo per tutti i posti dove potevo trovare e fotografare pezzi, passavo ore sfogliando incessantemente i libri Subway Art e Spraycan Art nella libreria Feltrinelli sotto le due torri o a casa di un amico.
Bologna poi è sempre stata una città notevole dal punto di vista writing e ciò che si vedeva in giro era già di per se una bella botta: ricordo pezzi di Dayaki come l’indiano su un cavallo cyborg a Porta Mascarella o i due puppet contro il razzismo su un muro antistante l’Accademia di Belle Arti; un vecchio bubble di Rusty sul muro di una casupola dell’Enel che fronteggia una delle entrate dei Giardini con una dedica ‘ai tutori del buon gusto’; pezzi e puppet di Dayaki, Dado, Mambo e in seguito il murone Pets Revenge di Rusty all’ex sede Dams, quello con la frase ‘Con il nuovo catechismo mi ci spazzo il ***’; quando poi si viaggiava in treno si aveva la fortuna di vedere la linea, orgoglio ed elemento di distinzione per Bologna, con nomi quali Dayaki/Deko, Rusty, Ciuffo, Dado, Tork, Benja, Mambo, Wolf, Shorty ed altri. Pezzo mitico di quei tempi, visibile per chi entra da sud, il biancone Rusty Mined. Un gioiello che dura ancora oggi.
Nell’estate 1992 feci il mio primo pezzo in un piccolo giardinetto pubblico del centro e poi conobbi altri ragazzini che come me si interessavano a ‘ste robe e che mi permisero, abitando in altre zone, di allargare il mio orizzonte a muri lontani dal mio quartiere. Grazie a qualche gitarella fuori Bologna poi, iniziai a vedere tag e pezzi di luoghi come Milano e Rimini, ma ricordo che due delle botte più grandi furono la scoperta della scena di Pesaro – i cui writers, Noem e Omaek su tutti, mi sconvolsero per l’originalità e la potenza di pezzi e tag – ed il viaggio a Parigi che ebbi la fortuna di fare con la mia famiglia nell’estate ’93.
Lì vidi un uso del fatcap a cui non ero abituato, con uno stile nel devastare e nel riempire ogni superficie che mi lasciò shockato: feci un giro allo Stalingrad e in vari altri luoghi vedendo dal vivo quegli stili eccezionali di cui avevo avuto solo un assaggio in Spraycan Art, compresa una tag di Bando su un palo della linea della RER. Al mio ritorno ero perennemente cambiato e, ammesso che non lo avessi ancora capito, cosciente del fatto che quella era la strada che avevo scelto.

Parlando con alcune persone esterne a questo ambiente, ho notato il loro stupore quando raccontavo che molti writer organizzano dei tour veri e propri per dipingere… di come durante queste trasferte si finisca per farsi ospitare da gente che non si conosce e non si è mai vista, con cui non si ha alcun tipo di legame. Prova a spiegare ad un profano che tipo di sinergie si mettono in atto in questi casi e come si organizza una trasferta.
Per noi writers in effetti è quasi scontato dare e ricevere ospitalità in base al fatto che si fa parte dello stesso mondo. Mi è capitato spesso di incontrare, ospitare ed entrare velocemente in sintonia con persone che avevano ricevuto il mio numero dall’amico di un amico ed è una cosa che mi ha sempre impressionato e su cui ho finito per contare nel corso degli anni. Un esempio sono i ragazzi danesi, di cui conobbi Tele un bel po’ di anni fa perché lavoravamo entrambi a progetti di fanzine (***tUp lui, Spray Assault io) e con cui scambiammo foto per anni fino poi ad incontrarci a Copenhagen quando andai ospite da Nutroe – Tele era in fase trasloco e Nutroe sarebbe sceso in Italia poche settimane dopo facendo tappa a Bologna – senza averlo mai incontrato prima; ci trovammo immediatamente bene e sia la mia permanenza in Danimarca che la sua in Italia furono memorabili. Non è poi detto che la sintonia scatti con tutti solo in virtù del fatto che sono writers, però è sicuramente un terreno di partenza privilegiato.
Riguardo ai tour, l’ultimo che ho fatto è stato questa estate, tornato da due anni lontananza dall’Italia, assieme a Duchamp. L’idea principale non era tanto di collezionare più pezzi possibile, ma di rincontrare una serie di amici che non vedevamo da troppo tempo, per passare un po’ di tempo insieme e magari dipingere. Con il baule della macchina zeppo di spray, abbiamo toccato Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Abruzzo e Marche in neanche due settimane da replicare al più presto!

Per diverso tempo so che hai vissuto all’estero, vuoi raccontarci qualcosa di più? Sei riuscito a relazionarti con altri writers… che differenze hai incontrato nella vita di tutti i giorni e nel dipingere?
Ho vissuto per due anni a Londra lavorando come grafico all’ente nazionale britannico per il design ed è stata una esperienza eccezionale in quanto l’ambito inglese è molto più aperto e culturalmente preparato alle arti applicate rispetto al nostro. Il loro rapporto con il design editoriale e di prodotto ha radici profonde e ad oggi il risultato è che ovunque, dalla comunicazione sociale all’immagine coordinata di un parrucchiere, si vedono esempi di grafica e trattamenti tipografici che spaccano. Gli inglesi poi non sono affatto freddi come li immaginiamo e, almeno a Londra, essendo abituati da anni a rapportarsi con persone straniere, ritengono la diversità culturale una fonte di stimolo, di allargamento dei propri orizzonti e di possibilità di creare qualcosa di più vario a livello lavorativo.
Là ho conosciuto vari writers ma non ho dipinto tantissimo. Per evitare casini legati al mio contratto di lavoro – in cui era scritto chiaramente che qualsiasi reato, soprattutto gli ASBOS, i comportamenti antisociali tra cui è annoverato il writing – avrebbe comportato la quasi immediata cancellazione del contratto, ho dipinto principalmente in hall of fame, cimentandomi in una serie di altre azioni solamente dopo aver concluso il lavoro.Ho dipinto a Londra e Brighton, dove la scena è attiva quanto nella capitale se non di più e dove le persone sono molto più tranquille e meno diffidenti. A Londra infatti, tra le migliaia di telecamere, l’inserimento del writing tra i comportamenti antisociali e la vera e propria gogna mediatica e giudiziaria a cui vengono sottoposte le persone catturate, la gente è un po’ tesa…

La Bsa esiste ancora?
Certo che esiste! La maggior parte di noi non ha mai smesso un attimo di dipingere e in quest’ultimo periodo alcuni dei membri che avevano appeso gli spray al chiodo stanno riprendendo l’attività. Magari alcuni si sono concentrati più su alcuni bersagli che su altri, ma si è sempre continuato a dipingere. Da una parte, per vari motivi, negli ultimi anni abbiamo mandato sempre meno materiale nostro alle riviste e soprattutto non abbiamo frequentato né foraggiato minimamente il lato web del writing, condizione che sembra ormai indispensabile per farsi vedere ‘parte della scena’ ma che a dire il vero non ci interessa particolarmente.

Se un ipotetico amico/conoscente/figlio… ecc. ti chiedesse “per quali motivi dovrei iniziare a dipingere e per quali altri dovrei evitare” tu cosa risponderesti?
Mah, guarda, io sono sicuramente di parte nel dare una risposta del genere perché per quanti fastidi si possano incontrare nel proprio percorso di writers – guai con la legge, multe, infortuni, soldi sperperati, risme di fogli consumate, notti insonni e scazzi – ritengo non ci sia niente di così negativo da surclassare quanto di positivo e grandioso c’è nel dipingere. Dalla soddisfazione di beccare un proprio pannello che gira alla consapevolezza di essere l’unico in un vagone di un treno a guardare i muri che scorrono in maniera ‘diversa’, dall’odore e l’atmosfera della linea all’incontro con persone che condividono la tua stessa passione, dall’abilità di riconoscere le marche di spray dall’odore – Sparvar su tutte – al feticismo per le colature di certi inchiostri.
E’ un modo a parte, un modo in cui una volta entrati, difficilmente si esce davvero. Il writing ti dà una chiave di lettura della città e di una serie di altri luoghi che null’altro può darti, una visione talmente forte da dare assuefazione e da cambiare perennemente alcuni tuoi comportamenti, come ad esempio l’abitudine a voltare la testa in direzione della linea ferroviaria ogni volta che si sente lo stridio di un treno in arrivo, anche se si è consapevoli che è ormai sempre più difficile che tale treno sia dipinto.
L’unico consiglio che potrei dare è di usare la testa, nelle azioni e nei comportamenti, perché di writers con la testa piena di *** ce ne sono già abbastanza.

Parlaci un pò di Taking Over, come quando e perchè è nata? progetti futuri?… perchè la scelta delle fotocopie?
Taking Over è nata innanzitutto perché non riesco a fare a meno di lavorare a progetti editoriali in ambito writing. E’ infatti la terza rivista a cui lavoro – la prima, Spray Assault, è del 1995 ed ha avuto due uscite e la seconda, Pressure, del 2001, si è purtroppo fermata al primo numero – ed è anche l’unica con cui sono riuscito a superare i cinque numeri.Taking Over è nata nel 2002, da una idea mia e di Grom, con l’intento di creare un prodotto da distribuire gratuitamente che si concentrasse sugli elementi base del writing in un periodo in cui a farla da padrone erano i siti e le pubblicazioni iper patinate e quasi sempre inutili su writing e street art. L’idea era di tornare a qualcosa che senza particolari fronzoli e giri di parole ricreasse l’atmosfera delle fanze come Trap.
Il bianco e nero è stata quindi una scelta non dovuta solamente ai costi, bensì una scelta stilistica che escludesse tutti gli elementi di distrazione dati dai colori ed arrivasse direttamente alla lettera. Per questo quando abbiamo fatto il salto dalle fotocopie alla stampa in tipografia, abbiamo conservato il bianco e nero. La risposta, in Italia e fuori, è stata ben più positiva delle nostre iniziali aspettative e l’aiuto dei collaboratori e della distribuzione di GraffitiShop, ha fatto in modo che Taking Over, pur essendo quanto di più diverso da una rivista patinata ci possa essere, esca regolarmente e sia richiesta in posti all’estero che nemmeno ci saremmo immaginati.
Al momento stiamo stampando un secondo giro di magliette (e colgo l’occasione per fare presente ai simpaticoni che ci hanno rubato quattro maglie a Romano di Lombardia che se sono così messi male da dover rubare delle economiche magliette che servivano a finanziare un progetto freepress, forse dovrebbero chiedere assistenza a qualcuno…) e stiamo cercando di concretizzare un progetto parallelo sempre in bianco e nero ma dal formato leggermente diverso.

So che sei un grande amante della parte più cruda del writing, tag – flop… la passione e la cultura (se si può così definire) verso queste cose da dove ti è nata?Secondo te esiste per queste cose un canone estetico, cioè delle regole comuni che a detta di tutti, o quasi, definiscono la tag un trowup bello o brutto?
Le tag mi hanno sempre affascinato, soprattutto dopo aver visto, come dicevo sopra, le tag di Noem, Omaek e quelle che ricoprivano Parigi quando ci andai per la prima volta. Sono la base di tutto e chi crede che si possa essere contenti semplicemente sapendo fare dei buoni pezzi e tralasciando lo studio delle tag, per me non ha capito alcune cose fondamentali. L’amore per i flop me lo ha attaccato Moe TDT di Milano nel periodo in cui frequentava l’università a Bologna, facendomi capire che per quanto fossi già interessato a quell’aspetto, c’era un mondo molto più vasto e variegato.
Tag e flop hanno un percorso evolutivo complesso e fondamentale che trova nell’equilibrio e nell’immediatezza la propria perfezione, un percorso che nonostante basi spesso la propria forza sulla semplicità, non è meno lungo e accidentato del percorso che porta al wildstyle. Non ti so dire se esista un canone estetico – io inoltre non sarei il più indicato per definirlo – anche se credo sia facile distinguere uno stile più o meno forte o un percorso di studio in una tag o in un flop che si sta osservando.Certo è che molti ultimamente, prima ancora di cercare di capire se una tag sia copiata o meno, abbia dei bei movimenti o meno, si fanno sedurre da elementi come colature, senza nemmeno prestare attenzione alle lettere.

Secondo te è possibile riuscire a trasmettere alla gente comune la passione verso i graffiti? … cioè almeno fare in modo che capiscano che dietro queste cose c’è una storia, uno studio…
Sicuramente si può far capire che sotto ci sono molte cose, anche perché dando a persone esterne un po’ di chiavi di lettura, li si rassicura in qualche modo sul fatto che tutto ciò non viene fatto senza un senso vero e proprio. Azioni senza una struttura e una motivazione sono infatti quanto di più spiazzante e preoccupante ci possa essere per le persone “normali”. Non credo si possa però trasmettere molto di più che una passione meramente superficiale e non profonda in quanto il writing è un sistema chiuso ed autoreferenziale destinato ad essere compreso appieno solo da chi ne fa parte.
Raramente si andrà più in là dell’apprezzamento per forme bilanciate e colori ben abbinati. Cose per noi fondamentali come le tag sono destinate ad essere, se non disprezzate, quanto meno ignorate o considerate da chi è esterno una espressione minore e più fastidiosa. Ma va poi bene così perché è inutile raccontarsela, noi dipingiamo esclusivamente per chi come noi è legato al writing, tutti gli altri sono effetti collaterali in quanto capiscono solamente una minima parte di ciò che facciamo.

Cosa rende queste cose speciali per chi le vive? E cosa di quel che fa un writer fa perdere la pazienza alle fidanzate e incazzare i genitori?
Non so esattamente cosa lo renda speciale, almeno in termini che persone al di fuori possano capire. Del resto come si può spiegare a chi non ha la minima idea certe cose, il fascino e le sensazioni di calma e completezza legate ad una camminata in linea. Posso provarci, ma arriverò sempre ad un punto oltre il quale non saprò che parole usare per farmi comprendere da chi non sa del tutto di cosa sto parlando.
Quello che dà fastidio a chi ti sta vicino è che il writing è qualcosa di totalizzante. Si è sempre un writer in ogni cosa si faccia e questo finisce inevitabilmente per creare dei problemi…

Dipingendo in questi anni ti sarà sicuramente capitato di trovarti di fronte a qualche situazione o personaggio strano (ne un worker – ne un writer) c’è qualche episodio che ricordi con piacere che hai voglia di raccontare?
Mah, più che con piacere, ricordo di un brutto incontro che io e Med abbiamo avuto a Ferrara e che per poco non ci faceva guadagnare una coltellata, se non avessi tirato fuori tutta la mia abilità a calmare gli animi.Di gente strana se ne becca tantissima perché in fondo anche noi non siamo del tutto a posto; frequentando certi posti in certe ore, non ci si può aspettare più di tanto… Ricordo però in effetti un incontro che facemmo io e Moe in Ravone e che ci lasciò basiti: sentimmo un rumore di acqua corrente e ci accorgemmo che alla fine del treno su cui eravamo, c’era uno che si stava lavando i capelli alla fontana del deposito. Quando ci vide ci chiese se per caso non ci andava di dipingere la fiancata del vagone trash su cui abitava…

Cosa ne pensi del writing di oggi? writers sponsorizzati, convention mondiali come il meeting of styles, contest come il write 4 gold… un aumento esponenziale di marche di spray e riviste… Quando hai iniziato pensavi che si sarebbe arrivati a questo punto?
Che dire, per chi è sponsorizzato è tutto grasso che cola, perché avere spray gratis fa sempre piacere; per chi compra gli spray col nome di qualcun altro sopra, non credo faccia grande differenza a meno di essere uno sbarbo facilmente impressionabile… Il fatto che poi ci siano più marche di spray di alta qualità tra cui scegliere è solo una cosa positiva: si dipinge con qualunque cosa, ma è inevitabile che se lo spray è migliore, si dipinga meglio.
Per il discorso riviste, mi pare che ne escano anche troppe in cui la selezione del materiale passa in secondo piano. Ci sono però fortunatamente alcune realtà che negli anni si sono affermate evolvendosi in prodotti di tutto rispetto. Quello che secondo me manca, salvo alcune eccezioni, è uno sguardo critico al writing e alle sue dinamiche che non tenga semplicemente conto di quanto un pezzo possa essere visivamente gradevole o del classico atteggiamento da pacca sulla spalla – io ti dico che spacchi e tu lo dici di me – che purtroppo spopola e che contribuisce ad un desolante appiattimento stilistico e mentale.
Altro grosso contributo a tale appiattimento lo danno secondo me le innumerevoli pubblicazioni come Graffiti World, libro per me inutile se non leggermente dannoso, che hanno la pretesa di essere libri esaustivi su qualcosa di cui, per le caratteristiche principali del fenomeno stesso, non si può compilare nulla di esaustivo. La convinzione che per raccontare lo stato attuale del writing nel mondo basti una raccoltona di foto senza un particolare principio e con la totale assenza di testi seri, mi sembra stupida, superficiale ed inutile. Fortunatamente ci sono anche libri come King Size – i testi sono a parer mio tra i più interessanti in giro negli ultimi anni – e The Art of Getting Over a tirarci su il morale.
Le mega convention e gli eventi come il Write4Gold li frequento poco, per non dire affatto. Che dire, una convention è sempre una roba bella per beccare gente e vederne altra dipingere, anche se l’appiattimento di cui sopra ha portato sempre più verso una situazione in cui ad una jam non ti chiedi più quale tra i due pezzi che hai di fronte spacchi di più, ma quale dei due autori faccia meglio lo stile tedesco…
Va benissimo che la gente partecipi a cose come il Write4Gold perché – anche se quella delle parole su cui fare le tag, i throw up e tutto il resto la trovo un po’ una farloccata – se hanno la possibilità di svoltare un po’ di spray, fanno più che bene…

Su una rivista di qualche anno fa parlavi di un progetto fotografico con Wilma… di cosa si trattava? lo stai ancora seguendo?
Il progetto si chiama ‘Agitare prima dell’uso’ ed al momento, dopo essere stato esposto in varie sedi, è temporaneamente fermo. Spero si riesca a mandarlo avanti perché è un progetto a cui abbiamo dedicato un sacco di energia ed ha avuto riscontri molto positivi.

Per il resto che ti piace fare?
Fotografia, grafica e far riaprire i cancelli automatici interrompendo il raggio della fotocellula mentre si stanno chiudendo. Non scherzo, è più forte di me, non posso farne a meno tanto quanto il writing…

Progetti per il futuro?
Troppi in vari campi…
Legati al writing: continuare a dipingere, portare avanti ed alzare il livello qualitativo di Taking Over, realizzando tutti i progetti paralleli che ci frullano in testa.

Concludi se vuoi con un messaggio. un saluto… quello che vuoi!
Crew e compagni di percorso esclusi, se mi mettessi a fare nomi di gente da salutare, sicuramente ne dimenticherei più della metà, quindi, dato che comunque sono convinto che chi mi sta veramente a cuore ne sia cosciente, mi limito a ringraziare tutti quelli che aiutano, apprezzano e sostengono Taking Over, senza i quali il nostro progetto di dominazione mondiale sarebbe ancora più difficile da realizzare…

Intervista realizzata da Sara – Ottobre 2007

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