Styng 253 interview

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Allora… ci conosciamo da una vita per cui è difficile trovare l’argomento giusto per iniziare. Forse la cosa più sensata è proprio iniziare dal tuo quartiere, Lambrate: mi pare che abbia avuto decisiva influenza sulla tua crescita.

Mi sono sempre sentito molto attaccato al quartiere dove sono cresciuto: Lambrate non è mai stata ne un ghetto ne una zona particolarmente difficile: le cose negli anni sono trascorse relativamente tranquille quasi con ritmi da “paese” (infatti fino agli anni ’50 era proprio un ridente paese alle porte di Milano!), ma la vita tra la gente per strada è sempre stata viva, in fermento, ricca di energia. La stessa energia che crescendo mi ha animato nel dipingere e nell’ affrontare la quotidianità.

Non ti nascondo però che, tra le altre ragioni, all’inizio (1991 circa, tanto per contestualizzare) l’esigenza di “ricordare” senza sosta il nome della mia zona di origine era anche dovuto ad un malessere più profondo e cercare un senso di appartenenza era motivo fondamentale di vita per me, in un periodo in cui la mancanza di punti di riferimento (sociali, etici, politici) era devastante: insomma a 16/17 anni quale “posto” nel quale riconoscersi è più sicuro se non il proprio quartiere con la sua “certa immobilita”, quando intorno tutto è volatile e incerto!

Quel mio disagio era provocato dalla scelta consapevole di volere star fuori dagli schemi preconfezionati che all’epoca venivano serviti a noi adolescenti.

Dipingere sui muri e in metropolitana voleva dire questo, resistere ad un conformismo strisciante che oggi ha purtroppo fagocitato il writing stesso che in quegli anni, almeno in Italia, era ancora una nuova chiave di lettura: io ho solo cercato di farla mia per aprire nuove porte nel mio presente/futuro.

Poi coincidenzialmente ti accorgi che Lambrate e la parte est di Milano più in generale, ha dato i natali ad una generazione di writer stilisticamente impareggiabili e allora mi viene da pensare che dalle nostre parti una energia unica, “magica”, sia esistita davvero e allora tutto diventa possibile.

Parli di Writing come “chiave di lettura”. Questo è interessante. Però aggiungi anche “era ancora”. Cosa significa?

E’ presto detto: significa scegliere una posizione “originale”, privilegiata, rispetto a ciò che ti accade intorno ogni giorno, cogliendo l’opportunità di guardare e capire le cose della vita da un punto di vista diverso, perchè nel Writing non è in gioco nessun interesse se non quello “stilistico”: roba per cuori veri, che pompano sangue come tori.

Nel vivere questa esperienza c’è la certezza che un percorso potente, ossessivo, energizzante, appagante si stia compiendo e il protagonista sono io, il writer, in primissima persona e non perchè me l’ha detto qualcuno ma perchè questa convinzione la sento scorrere nelle vene.

Quando poi dico “era ancora”, il motivo è molto semplice: secondo il mio modesto punto di vista, quanto sopra e’ diventata merce rara. L’approccio verso il writing oggi è stereotipato, livellato verso il basso, volutamente imborghesito ed infine venduto al miglior offerente: è così prevedibile e noioso!

Di lavori anche solo decenti in giro ne vedo sempre meno: troppo scarse le evoluzioni e troppo poco umili i protagonisti!

Se prendi un pezzo di un writer qualunque del 1992 ed un altro pezzo dello stesso writer nel 1995 e’ come paragonare i segnali di fumo alle fibre ottiche; 10 anni fa chi non riusciva ad evolversi velocemente andava a casa, schiacciato dalla competizione per lo stile: lettere, colori, 3D, loop, design, tutto doveva essere più originale possibile, memorabile, vincente.

Sarà retorico quanto vuoi ma ho l’impressione che negli ultimi anni conti di più apparire e farsi vedere in giro piuttosto che “studiare” le lettere: non condivido questa scelta perchè viene progressivamente a mancare la peculiarità del writer, cioè la separazione tra persona e writing (concetto che forse troppi sottovalutano ma che meriterebbe d’essere approfondito a dovere…).

Infatti non ha grande rilievo se sei simpatico o antipatico (…per semplificare!), ma quel che conta e’ il proprio “stile”, dal quale comunque a mio avviso si può evincere la personalità che ci sta dietro: giuro che non ho mai conosciuto un buon writer stupido, pezzo di *** sì, ma stupido mai.

Mi piace molto ciò che hai detto a proposito del fatto che il writer guarda le cose secondo un punto di vista realmente alternativo perchè “non è in gioco alcun interesse se non quello stilistico” (almeno nel writer “puro”, mi sembra di capire).

Poi sostieni che questo interesse stilistico è venuto a mancare e questa è una tra le cause dell’impoverimento dell’arte. Mi metto allora nei panni di un ipotetico writer “ultima generazione” e:

1) Sicuro che non sia invece tu, a causa della tua età e della tua generazione, a causa del fatto che ora dipingi poco, a non comprendere il writing odierno? Non è che sei un po’ tagliato fuori e sei rimasto indietro?

Ti ringrazio per la domanda perchè mi permetti di chiarire una volta per tutte un paio di cose.

Premetto che considero sbagliata la tua affermazione sul dipingere “poco” ( o tanto!) in quanto presuppone che esista una quantità media di “lavori” sotto o sopra la quale si possa stabilire la qualità di un writer: questa “quantita oggettiva” non esiste ovviamente quindi la tua premessa è fondamentalmente scorretta (e anche tu lo sai bene…).

Ma facciamo che la prendo come provocazione e sto al gioco.

1) Non ho neanche 30 anni e non vivo su Marte: voglio chiarire che non sto dicendo che non ci sia nulla di buono oggi, anzi probabilmente esiste un forte desiderio di crescita stilistica. Forse ciò che manca è la pazienza di imparare, di sbagliare, l’umiltà di chiedere consiglio e il piacere nello studiare le lettere.

Ho la sensazione che il writing negli anni abbia abbandonato una linea evolutiva verticale in favore di una orizzontale, preferendo maggiore visibilità sul territorio quindi una fama “piu veloce”, facile da ottenere e priva di rischi (rischi stilistici intendo): è una questione di scelte assolutamente legittima, ci mancherebbe, ma che questa sia la “nuova frontiera” dell’evoluzione” è tutto da dimostrare.

Da tutto ciò non mi sento tagliato fuori, semplicemente non voglio condividere questa mentalità.

Ancora oggi mi piace ricercare, sperimentare uno stile che nel rispetto dell’origine aspiri all’originalità, all’eccellenza: mi appassiona molto l’emotività che il writing può muovere dentro me e dentro “chi osserva” la mia roba.

2) Sostieni che nei primi anni ’90 l’evoluzione era veloce, potente, qualificante e non ultimo selettiva. Mentre ora c’è una stagnazione intollerabile.

Non ti viene il dubbio che quello che è stato fatto nei primi dei ’90 in Italia non fosse altro che quello che avevano fatto negli USA fino alla fine del decennio precedente… insomma non vera evoluzione ma solo il recupero di un gap tecnico e stilistico? E ora finalmente, recuperato quel gap e quell’arretratezza, ci può essere vera evoluzione…?

2) No, non ho questo dubbio e considero la tua considerazione fuorviante e semplicistica.

Non penso che sia stato solo questione di recupero tecnico: c’era voglia di cultura, di stupire, di chiedere, di prevalere qualitativamente sui rivali: Milano ha elaborato una moltitudine di stili diversi in tutto (bombing, pezzi, treni), alcuni del tutto originali, che con il nuovo decennio potevano essere la base di un grandioso movimento di qualità elevatissima: a mio avviso però molto di questo capitale è stato dissipato, a vantaggio di un writing che definisco “take-away”.

Ma da fare c’è ancora tanto e so di avere ancora da dare al writing: vado avanti quindi con le mie lettere senza fermarmi e, se dovesse capitare, pronto a trasmettere le cose che so a chi ha la curiosità e il cuore per capirle: il dialogo tra i protagonisti è la soluzione.

Esuliamo un attimo dal Writing. Vediamo Styng nel quotidiano. Ad esempio, cosa ne pensi della situazione economico-politica italiana? Il comune cittadino, anche quando riunito in associazioni, riesce ancora ad avere influenza sulla classe politica? Esiste, anche parzialmente, un modello da seguire?

In breve c’è ben poco da dire ma ci provo comunque anche se tutti i punti meriterebbero di essere approfonditi, in altra sede, ben più seriamente.

Da quando questo governo, chiaramente fascista (nel senso più populista del termine), è salito al potere è aumentato il costo della vita, l’inflazione viaggia a “ritmi sudamericani”, la tensione sociale è salita alle stelle (vedi l’assassinio di Giuliani); l’istruzione, la sanità e la giustizia sono nell’ordine diventate per pochi (tasse universitarie e soldi alle private), per pochissimi (abolizione di molti ticket e agevolazioni per chi si assicura privatamente) e per uno solo (l’ignorante che abita il palazzo, che si fa leggi per se medesimo e che governa sto’ paese di senza palle che l’ha votato)

Siamo poi di fronte all’occupazione metodica dei media e l’allineamento filo-governativo di chi si presta (per soldi) a fare la foglia di fico: il dissenso è legittimato all’ interno di limiti “autorizzati” e questo rafforza l’illusione che la parola e l’informazione siano “libere”.

Penso quindi che ci sia ben poco da fare da parte delle associazione di cittadini: perfino molte associazione no-profit stanno “sputando l’anima” per stare a galla visti i tagli alle regioni e alle provincie degli ultimi due anni.

Tanti non prendono coscienza di capire quello che sta accadendo e paradossalmente chi si fa carico di protestare “seriamente” è rimasto solo il sindacato che si sta facendo lodevolmente portavoce anche di chi non rappresenta: e’ fondamentale resistere e manifestare sempre il dissenso contro questi signori con ogni mezzo (legale) possibile.

Penso quindi che modelli da seguire non ce ne siano piu’ o che siano definitivamente “saltati”: che ognuno si crei il proprio secondo coscienza, ma deve essere chiaro che ora non è questione di essere più o meno schierati politicamente, ma di difenderci tutti insieme da quello che a tutti gli effetti è un colpo di stato.

Chiaramente questo e’ il mio punto di vista personale: tanto giusto quanto discutibile.

Sempre rimanendo ancorati al “reale”: non pensi che il writing, che è stato anche un modo “per scendere tra la gente”, negli anni se ne sia distaccato troppo, e potrebbe essere corretto dire che certe ultime evoluzioni di espressività di strada (stickers, stencils ecc), anche se non necessariamente nuove, siano affiorate per recuperare questo rapporto? Che ne pensi?

Penso che a nessun writer del pianeta glie ne sia mai fregato una mazza di scendere tra la gente, al massimo di scendere in metropolitana…!

No, battute a parte, non penso che “il writer” abbia mai cercato comprensione dalla “gente”, se non quella di chi non accetta che gli si rompano le pa**e gratis: se vuoi “scendere tra la gente”, ti metti in politica o vai a fare l’attore.

Per quanto riguarda invece Sticker, Stencil e affini, per quanto mi riguarda sono surrogati del writing di scarso interesse stilistico, almeno per come li concepisco io.

Quali cose concernenti o derivanti dal writing ti hanno dato maggiore soddisfazione? Sei influenzato da questa “formazione” nel lavoro quotidiano, ti viene in aiuto?

Prima di tutto la soddisfazione rara di aver conosciuto amici che mi stanno vicino anche nelle cose di tutti i giorni. Poi il piacere di vedere i miei lavori apprezzati da artisti che agli inizi erano i miei punti di riferimento.

Comunque le tensioni creative e competitive che ho vissuto dipingendo direi che mi hanno sicuramente formato per affrontare anche la vita professionale tanto da poter affermare che quello che faccio lo devo proprio al writing e alle energie positive che mi trasmette ogni giorno.

A oltre 30 anni dalla nascita di quest’arte, ti sentiresti di consigliare ad un ragazzo di 16 anni di imboccare questa strada?

Guarda, io non mi sento di consigliare un bel niente proprio a nessuno: le scelte che si fanno a 16 anni sono del tutto personali e un po’ “casuali”, suscettibili di infiniti cambiamenti: troppe sono le strade alternative e consigliare qualcosa ad un ragazzino è il modo migliore per ottenere la reazione opposta.

Il writing è questione di cuore, passione, pazienza, solitudine e rischio: se questi elementi possono far star bene qualcuno come fanno star bene il sottoscritto ancora oggi, allora puo’ essere la strada giusta. Se il fine invece è essere alla moda (!!!), farsi accettare da qualcuno, darsi una posa o far colpo sulla sbarbata di turno, allora forse è meglio fare altro.

Esiste un pezzo dipinto da qualcuno che per storia o stile ti piacerebbe aver fatto tu?

Onestamente una cosa del genere non l’ho mai pensata in vita mia: sono sempre stato convinto di poter far meglio di tutti, anche se alcuni lavori di fine anni ’70 a NYC, li trovo geniali per la loro originalità.

Per chiudere?

Beh, dal 1991 tante cose sono cambiate in bene ed in male: mode e modi di dire, stili e stilisti, amici puri e amici per convenienza, fidanzate e amiche di passaggio, writer in gamba e writer stagionali e ovviamente anche il sottoscritto.

Da ragazzo ero molto sanguigno, probabilmente la simpatia non è mai stato il mio miglior pregio e tante volte ho fatto questioni che forse, col senno di poi, potevano essere risolte più pacificamente.

Poi la vita crescendo ti mette di fronte ad eventi che sconvolgono la scala dei valori del tuo microcosmo e cambiano i tuoi punti di vista e ti scopri più accondiscendente: ti accorgi che le cose importanti sono altre, ad anni luce dal pezzo, dal treno o da quant’altro.

Mi sento di ringraziare il Dio del Writing (casomai esistesse!!!) per tutto cio che mi ha dato: mai potrò rendergli metà dell’energia che mi ha donato e mi dona.

Mi auguro poi che le parole dette qui non abbiano offeso nessuno: sono state pensate con il cuore e senza malafede.

Infine dedico tutto me stesso, ogni lettera in tutti i suoi stili e ogni sfumatura di colore alla persona più importante della mia vita: che mi protegga e allunghi la sua mano paziente su di me nei momenti difficili a cui la vita mi metterà giustamente di fronte.

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