INTERVISTA CON DMC DEI RUN DMC

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Un paio di mesi fa ho avuto modo di fare due chiacchiere con Darryl “DMC” McDaniels. Dai leggendari Run DMC ai nuovi progetti, Darryl ci concede questa intervista in esclusiva!

I Run Dmc sono considerati i pionieri dell’hop hop mainstream.

DMC: Molta gente ci vede come dei pionieri dell’industria discografica hip hop. Tuttavia l’hip hop era già in giro, da “Rapper’s delight” a tutta quella roba nuova. Ma ancor prima che si cominciasse ad andare in studio, prima che uscissero i dischi, l’hip hop era già un fenomeno immenso, qui a NYC. L’hip hop sarebbe diventato quello che è perchè era il fenomeno più grosso in circolazione e non poteva svanire in pochi mesi perché è più di un genere musicale, è uno stile di vita, è la cultura stessa. Mi chiedevano cosa avrei fatto nel giro di 5 anni perchè credevano fosse una cosa passeggera. Il modo in cui eravamo, ci vestivamo, la cultura dei graffiti… L’hip hop pulsava ancor prima che i Run Dmc facessero dischi, girassero video o rilasciassero la loro prima intervista.

Però giustamente vi si accredita l’aver creato un bridge tra old e new school. Ho letto una tua dichiarazione rivolta a quelle persone più legate all’old school che, con il passare del tempo, hanno smesso di ascoltare hip hop…

DMC: Prima di tutto vorrei essere chiaro su un punto oscuro a molta gente. L’old school non è da identificarsi in un periodo temporale, l’old school è consciousness, è un modo di presentarsi, di dimostrare la propria hip-hopness. E’ il veicolo ufficiale, creativo, innovativo, nel quale ci si riconosce parte della cultura hip hop. Ti faccio un esempio, quando la gente fa riferimento al classic rock, classico non sta per vecchio, la parola “classic” sta per migliore di ciò che venne creato successivamente. Dal 1982 al 1985, quello è un lasso di tempo. La gente usa il termine old school perchè pochi eletti sono riusciti a farlo.

Dicci qualcosa di Hollis, il vostro quartiere nel Queens, prima che tu, Run e Jam Master Jay formaste i Run Dmc. Come si viveva, che aria tirava?

DMC: Non era così diverso da ora. Quando siamo cresciuti noi, c’era violenza, giochi in politica, guerre, droga, prostituzione, rapine, crimine. Se guardi indietro, pensi alla pressione, al consumo di droga, alla tua ragazza, a te che vuoi avere delle nuove sneakers e poi te la meni a indossarle a scuola perchè i bulli magari ti rubano i soldi. L’hip hop ha fatto capire al mondo che noi eravamo al corrente di ciò che stava succedendo, che avevamo un’opinione, a dispetto di quello che ci passavano i media. Non fu così  diverso crescere a Hollis a quei tempi, rispetto alla realtà che vive un giovane oggi nel hood.

Comunque Hollis ha una storia un po’ particolare, che da quartiere middle-class, tra fine anni settanta e primi ottanta, ha visto un crescente numero di gangs e hustlers anche molto noti…

DMC:  Esattamente. Era un quartiere middle-class che vide, nel giro di alcuni anni, il deteriorarsi delle cose, con vari problemi nella comunità, particolarmente pesanti con la diffusione del crack. Cose che si videro anche prima di quel periodo, sai quando Melle Mel ha descritto in “The message” com’era vivere a New York e Afrika Bambaataa scrisse
“Planet rock”. Con “The message” mandarono un allarme alla gente, ai politici, ai governi, ai leaders delle comunità. Tutti pensavano che l’hip hop fosse ghetto music, ma erano ancora ragazzi del ghetto ad essere usciti con “Planet rock”! Sempre con una visione positiva, di come si sarebbe potuti migliorare. Oggi si è più propensi a rappare su come far soldi, a farsi adorare per essere degli spacciatori. Come posso apprezzarti, se fai questo? Stai vendendo droga alla mia famiglia per sostenere la tua famiglia. Nulla di personale, ma se non puoi fare un disco su questo argomento, su come vendere droga, devi scrivere dei testi sul perché non vendere droga, soprattutto in ambito hip hop. Quando tutto iniziava, certo scrivevi dei drug dealers perché quella era la nostra realtà, ma il messaggio era: c’è una via d’uscita a tutto questo. Io ho 45 anni, ma è come se ne avessi 16. Sbaglia chi pensa che nel rap ci sia un gap generazionale, meglio dire che c’è un gap d’informazione.  La forza dell’old school stava nelle informazioni positive che eravamo capaci di assimilare dai più anziani e ci preoccupavamo di diffondere, mentre oggi non si divulgano quelle corrette. Se mi dicono: “ma voi avete delle belle macchine…”, io gli ricordo che possiamo averne parlato una volta, ma non ci siamo più tornati sopra. Ci sono artisti che per 5 anni continuano sugli stessi argomenti. Non mi frega delle macchine che hai, di quante donne hai o di quanti soldi hai in banca, m’interessa più sapere cosa stai facendo per gli altri. Un  vero MC, rapper o rappresentante della comunità hip hop ha il dovere di parlare di quello che gli sta attorno, ma deve pur sempre guardare avanti.

Quanto aiutava avere un’immagine distintiva? Siete stati i primi ad essere sponsorizzati da un grosso brand.

DMC: E’ vero, ma non è stato intenzionale. Dall’inizio l’hip hop manifestò la tendenza a mostrare  ciò che si è. Coi Run Dmc non ci consideravamo delle superstar, piuttosto noi eravamo la nostra audience. Ci presentavamo esattamente nel modo in cui eravamo, vestivamo come chiunque, nel hood. Però siete musicisti, ci dissero, dovete avere la vostra immagine. Noi rispondemmo vestendoci come la gente comune, per questo fece facilmente presa. Quando tutti iniziarono a mettere le Adidas senza lacci, sapevamo che eravamo inguaiati! La gente cominciava a guardarci attentamente, ascoltare ogni nostra singola parola. Eravamo autentici, originali ed eravamo attenti a quello che avevamo dire. La gente si riconosceva in noi.

Un po’ come alla gente viene in mente Bob Marley quando pensa al reggae, agli occhi del mondo l’immagine dei Run Dmc rappresenta non poco l’hip hop.

DMC: Si. Mi viene in mente Eminem quando ha detto che nessuno ha fatto quello che fecero i Run Dmc, che non cambiarono solo la musica, ma la vita della gente. Fu esattamente quello che fece Bob Marley, e questo è un traguardo speciale, transgenerazionale. Legandomi a quello che dicevo prima sull’old school, nessuno ha mai  pensato che Bruce Springsteen,  Bob Dylan o gli Aerosmith debbano ritirarsi solo perché sopra i 35 non puoi più fare rock’n’roll… Se rappavo a dodici anni, posso farlo anche a ottantadue! Dietro ai grandi del blues, del rock, c’è una fila di giovani musicisti che fanno a gara per accompagnarli in tour. Nell’hip hop non funziona così, purtroppo. Credo che la nuova generazione di rappers abbia timore di confrontarsi con noi perchè sanno che gli spaccheremmo il culo!

Condivido l’idea di fare rap fino a 82 anni.. Questa l’ho già sentita!

DMC: Non ho problemi. La cosa che stona è quando i trentenni si mettono a rappare come Soulja Boy o Lil Wayne. Non puoi avere 30 anni e rappare come uno di 17! Se hai 25 anni, parla di cose relative alla tua età, se ne hai 18 parla di cose da diciottenni, se ne hai 42 affronta argomenti relativi alla tua generazione. E’ questo il nocciolo della questione. Non lasciare che una casa discografica ti imponga un modello diverso da quello che sei.  Quando faccio i miei speeches, ci sono fans che mi dicono: Mr. McDaniels, tu parli così perchè hai superato i 40 anni… Io gli dico: certo che è così, ma la penso come quando ero ragazzino. Se non ci credete, andate a riascoltarvi i dischi! Eravamo giovani che cercavano di rapportarsi con un livello più maturo. Ora ci sono giovani che fanno i giovani e vecchi che fanno i giovani, per questo il mondo è sottosopra!

Che ne pensi di questo ritorno agli anni 80, allora. Da un paio d’anni a questa parte, tutti pazzi per il look vintage, a New York i giovanissimi alla ricerca disperata dei Cazal, che sono ancora un simbolo sul tuo viso…

DMC: Mettiamola così, l’old school era consapevolezza e un modo per rappresentarci. Tuttavia le catene e certe altre cose sono rimaste nella cultura negli anni perchè quei simboli erano veri. Perfino i cantanti R&B ora si vestono come rappers. Che vuoi, oggi a nessuno interessa se qualcuno se ne ricorderà fra un paio d’anni, si mettono grossi occhiali, catene d’oro al collo e pensano di essere cool, fine. Ma non è l’impressione che vuoi fare sugli altri, è quello che lasci che conta. Se la gente cerca di riportare l’immagine old school d’attualità significa che noi abbiamo lasciato un’impronta. La musica old school e l’old school flavor non tramonteranno mai.

Lo scorso agosto a New York, una via Hollis è stata ribattezzata in vostro onore.

DMC: E’ stato un giorno incredibile e non pensavo che sarebbe stato possibile. Hai un disco d’oro, degli Award… Ma sai cosa significa quando una strada del quartiere in cui sei cresciuto porta il tuo nome? Quel che dicevo, non è per fare impressione sulla gente, ma è l’impatto che hai sulla gente. Ed avere una strada con il tuo nome, significa che hai fatto qualcosa di realmente concreto.

Importante anche per la memoria di Jam Master Jay..

DMC: Nel modo più assoluto. Siamo venuti dalla strada, rappresentiamo la strada, ci siamo battuti per la strada. Non c’è stato un altro gruppo ad avere una strada con il proprio nome. Noi siamo letteralmente la strada.

E’ vero che non ti piace riascoltare i pezzi, una volta che hai registrato?

DMC: Verissimo, odio riascoltare le cose!

Non sarà per l’eccessivo airplay di tanti successi…

DMC: Mentre registri sei costretto a risentire un pezzo 150 volte che quando è finito, sei già su un altro disco! E’ un po’ come quando cucina per gli amici.. Sei felice di vederli gustare i tuoi piatti. Non lo fai per te. Prepari e servi agli altri.

Ma ci dev’essere un pezzo cui sei più affezionato, che magari hai ascoltato qualche volta..

DMC: Il mio preferito credo sia “It’s tricky”. Ma anche “Walk this way” e “Together forever”.

Nella loro carriera, i Run Dmc vantano anche numerose performance nei College e nelle Università. Lo scorso novembre tu e Lupe Fiasco siete andati alla University of Pennsylvania per prendere parte al People Speak Tour. Ce ne parli?

DMC: Precisamente. E’ un progetto che coinvolge attori, rappers, musicisti, entertainers come Morgan Freeman, Matt Damon, Viggo Mortensen, Marisa Tomei, Lupe ed io, per dirne alcuni. E’ una specie di reading di pezzi presi dalla storia: discorsi, testimonianze, documenti, notizie, lettere. Dalla guerra civile, alla schiavitù, al discorso di Muhammed Ali quando disse che non sarebbe andato in Vietnam perchè non condivideva l’idea di  combattere per qualcosa in cui non credeva. Sull’economia, sulla religione, sui diritti civili, sull’emancipazione femminile… Tutte le grandi parole pronunciate da persone note e non, anche persone comuni. Una cosa importante perché non ci può essere un vero cambiamento se la gente non viene coinvolta.  Il nostro progetto è rendere la gente partecipe. Combattere per la libertà è duro, non puoi aspettarti che un Obama o un Gandhi facciano tutto. Assieme dobbiamo combattere oppressione, povertà, violenza. La totalità degli individui coinvolti fa la forza contro tutte le piaghe. Un grande progetto partito da un libro di Howard Zinn.

C’è poi un progetto più strettamente legato ai Run Dmc, che porta la vostra storia direttamente a Broadway.

DMC: Si, uno stage-play musical da Broadway al mondo. Credo che la storia dei Run Dmc sia d’ispirazione a molta gente. Potremmo scrivere una sceneggiatura già sulla base di quello che abbiamo detto in questa intervista. A parte tutto, sono interessato a mostrare alla gente un po’ com’erano quei momenti.

E un film.

DMC: Dopo il musical, sicuramente.

Tornando indietro nel tempo, qual è la prima cosa che ti viene in mente, ripensando magari a una delle tue primissime apparizioni?

DMC: Mi viene in mente una serata al Roxy, un grosso club in cui ogni settimana suonava  Afrika Bambaataa. Noi eravamo giovanissimi, laggiù c’era concentrata la scena hip hop newyorchese. Quel locale lo conoscevano tutti, se ascolti Biggie, cantava quel pezzo: “I was in the Roxy, whenever I was singing here we go…”. Per noi era la seconda volta in un posto così grosso, a NY. Suonavamo al Fever, ma il Roxy era davvero qualcos’altro. Noi non avevamo ancora un disco con la copertina e quando salimmo sul palco, si chiesero: chi sono questi tre? Ma quando attaccammo, la gente cominciò a dire: no, questo è stato il momento migliore della mia vita! E’ difficile descrivere quel che succedeva al Roxy nell’84, ma ogni volta che salivamo sul palco, era pura hip hop isteria… Non fraintendermi, io e Run avevamo una paura fottuta..!

Tu e Run avete mai pensato a una reunion, senza Jay.

DMC: Non dico sia impossibile, ma deve avere un senso. Con una presentazione degna di quello che dev’essere. Il motivo per cui non è stato fatto fino adesso è perchè è davvero difficile pensare ai Run Dmc senza Jay. Lo potremmo fare, magari in occasioni davvero speciali, anche se io e Run continuiamo a vedere i Run Dmc come una band. Potremmo entrare in una compilation, fare un disco per l’Africa, questo si. Ma non sarebbe un disco firmato Run Dmc, senza Jay. Potremmo pensare a un Run Dmc & Friends, coi Public Enemy, con Kid Rock, Blink o Eminem, questo potrebbe anche funzionare. Quello su cui sto cercando di concentrarmi ora è il Festival of Kings, un tour che coinvolga una dozzina di paesi o un festival di 3 giorni con i migliori rappers, grandi rock e indie bands, punk bands a suonare, con DMC host. E quando parlo di grandi bands, parlo anche di quelle che esistono fuori dagli States. Asiatici, arabi, europei, tutti assieme.

Stefania “stef” Bonamici


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