Luca Font interview

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[…] Il writing nasce per strada e sui vagoni ed è qualcosa di molto più complesso di un semplice modo di disegnare. In un certo senso è – passami l’orrenda definizione – un modo di vivere: ti porta a guardare le cose da un’angolatura diversa, a fare esperienze strane in posti assurdi e spesso ti fa conoscere il lato nascosto di ciò che vivi tutti i giorni – dalle strade della città ai meandri dei depositi ferroviari passando per edifici abbandonati, tunnel e via dicendo. Hai presente quella fanza che si chiamava ‘while you were sleeping’? Ecco, il senso è quello: mentre voi dormivate. Mentre voi dormite, mentre state pippando in una cazzo di discoteca, mentre siete a pranzo dagli zii, mentre siete a casa a guardarvi la De Filippi. […]

Ciao Font. Presentati ai lettori del nostro sito. Che tipo sei?
Sono di Bergamo, pochi di voi hanno il mio numero di telefono e stamattina ho scoperto il mio primo capello bianco.
(Non è vero, è successo un bel po’ di tempo fa)

Come e perché hai iniziato ad interessarti ai graffiti?
Trovare una risposta decente a questa domanda è sempre stato un problema insormontabile.
La verità è che non ne ho idea.
Fare graffiti è una di quelle cose che ti entrano nella vita senza chiedere il permesso e una volta che te ne rendi conto è troppo tardi per poterci fare qualcosa.
Sicuramente fin dall’inizio il senso di avventura e trasgressione hanno giocato un ruolo fondamentale. I graffiti per me sono sempre stati prima di tutto sinonimo di adrenalina e mistero – tutto il resto è un’accozzaglia di egocentrismo e minchiate.
Ecco perché non mi è mai piaciuto vedere il writing scivolare lentamente nel marasma dell’arte contemporanea: per come la vedo io un artista è un artista, un writer è un writer. Punto.

…in che senso? Spiegami meglio il tuo punto di vista?
Il writing nasce per strada e sui vagoni ed è qualcosa di molto più complesso di un semplice modo di disegnare. In un certo senso è – passami l’orrenda definizione – un modo di vivere: ti porta a guardare le cose da un’angolatura diversa, a fare esperienze strane in posti assurdi e spesso ti fa conoscere il lato nascosto di ciò che vivi tutti i giorni – dalle strade della città ai meandri dei depositi ferroviari passando per edifici abbandonati, tunnel e via dicendo. Hai presente quella fanza che si chiamava ‘while you were sleeping’?
Ecco, il senso è quello: mentre voi dormivate. Mentre voi dormite, mentre state pippando in una cazzo di discoteca, mentre siete a pranzo dagli zii, mentre siete a casa a guardarvi la De Filippi.
Quando riduci i graffiti all’uso di uno spray o di un pennarello, quando ne tieni buono solo l’aspetto esteriore e gli stereotipi da tim tribù, quando li togli dal loro contesto e li infili in un posto elegante davanti a quattro coglioni con lo spumante in mano, i casi sono due: o lo fai fare a chi ha avuto abbastanza palle, talento e fegato da fare un salto di qualità allo stesso tempo originale e coerente (vedi Honet, Verbo o Joys, giusto per fare qualche esempio), oppure dei graffiti stai inconsapevolmente celebrando il funerale. E dopo il funerale stai ricoprendo di terra la fossa. E dopo aver finito di compattare la terra la asfalti e ci costruisci sopra un’autostrada.

Quali attitudini sviluppate grazie ai graffiti hai portato nella tua vita quotidiana e nel tuo lavoro?
Coi graffiti ci sono cresciuto e questo, nel bene e nel male, ha finito per condizionare il mio modo di rapportarmi a tutto ciò che mi circonda.
Ho sempre interpretato il writing come una sfida continua con me stesso e con gli altri, cosa che mi ha permesso di crescere da un punto di vista creativo e di sviluppare un senso estetico più definito.
In compenso non riesco a togliermi il vizio di osservare le persone come se fossero dei pezzi: non sopporto le brutte copie, la mancanza di personalità e l’uso sfrenato di loop per distogliere l’attenzione dalla propria inconsistenza.

Questa modalità di osservazione mi pare molto interessante. Secondo me ci sono molti writer che assomigliano ai propri pezzi… Per me tu somigli a quello che dipingi.
Sì, sono un tipo molto schematico.
Comunque quello che dici è vero. I nostri pezzi sono i nostri cani, ci assomigliamo a vicenda e a volte è difficile capire chi sta portando a spasso chi.
Del resto fare graffiti è fondamentalmente una forma evoluta di esibizionismo e ognuno ci mette dentro quello che è (o, più spesso, che vorrebbe essere).

Dal quando hai iniziato ad oggi sono trascorsi parecchi anni. Quali sono stati degli avvenimenti, interni ed esterni al mondo del writing che ti hanno colpito, influenzato?
Oddio proprio non saprei.
Sinceramente non credo che sia cambiato granché. Internet ha accelerato certi meccanismi, ne ha modificati altri e ha purtroppo esteso a chiunque la libertà di espressione, ma gratta gratta la sostanza è sempre la stessa.
Ora che ci penso in effetti però c’è una cosa che non mi spiego: com’è che da un po’ di anni a questa parte sembra che tutti siano diventati amici di tutti? Io non comprerei mai un documentario che si chiama Style Peace. Non so se mi spiego.

Essere un writer comporta lo sviluppo di una sensibilità o di un particolare senso estetico?
In teoria, sì. In pratica, quando mi guardo in giro mi capita spesso di dubitarne.

Cosa deve avere per te un pezzo per essere bello? Cosa conta di più?
Riconoscibilità.
Riconoscibilità ed eleganza, via.
Perfino io, che in qualità di feticista della forma e della pulizia tecnica mi lascio abbindolare facilmente, quando vedo cento pezzi tutti uguali New York anni ottanta Berlino anni novanta Stoccolma duemila mi rompo le palle. Chissenefrega se fai un wildstyle o un blockbuster, se usi due colori o dieci, se usi lo skinny o il fat: colpiscimi, checcazzo, fatti ricordare. Se vuoi restare anonimo cosa disegni a fare.

Cos’è che rende il writing così speciale per chi lo vive e invece lo fa detestare alle nostre famiglie, fidanzate e amici non direttamente coinvolti?
Il writing è un’attività profondamente esoterica, nel senso letterale del termine: lo capisci solo se ne fai parte e farne veramente parte non è né facile né immediato.
Dal momento che in genere si odia quello che non si è in grado di capire, direi il cerchio si chiude da solo.
E meno male. Sai che palle se i graffiti non dessero fastidio a nessuno.

Da qualche anno hai avviato con successo un’attività come tatuatore. Raccontaci qualcosa in merito e che percorso hai seguito.
In realtà questa è un’altra di quelle cose che è venuta da sé. Ho cominciato come cliente un po’ di anni fa, poi una cosa tira l’altra e alla fine la dedizione costante unita a una naturale curiosità hanno fatto il resto. Complice ovviamente la fortuna di avere al mio fianco chi ha sempre creduto in me e mi ha spinto avanti.
Sono sempre stato molto attratto dal disegno come forma di manualità e artigianato, più che come arte – termine che ho sempre identificato con la noia e l’arroganza di grandi open space tinteggiati di bianco – e con il tempo tatuare è diventato molto di più di un semplice passatempo.
Di certo tre anni fa non avrei mai pensato che avrebbe potuto darmi da vivere – ringrazio tutti i giorni il destino per avermi concesso questa opportunità e faccio del mio meglio per non deluderlo.

Quali sono i soggetti che ti vengono richiesti maggiormente? Alcune persone scelgono di tatuarsi da te perché conoscono la tua attività di writer?
Lavorando in uno studio che è sulla piazza da quasi vent’anni ho a che fare con una clientela molto varia e di conseguenza tatuo un po’ di tutto, anche se alla fine mi concentro principalmente sui soggetti che preferisco: tradizionali occidentali e lettering in generale. Naturalmente ci sono diverse persone che vengono da me perché mi conoscono attraverso i miei pezzi, anche se a dire il vero non mi è mai piaciuto andare in giro sbandierando troppo quello che faccio. Non ho mai amato le rockstar: si concentrano troppo sulla propria immagine e troppo poco sul proprio output creativo. Come mi ha detto una volta un amico, infilarsi tre penne nel culo non vi trasformerà in galli.

I tuoi pezzi sono sempre molto puliti, leggibili con delle colorazioni piatte.
Ma guardando il materiale che mi hai inviato è palese che te la cavi molto bene anche con il figurativo. Da che universo traggono spunto le tue illustrazioni?
In linea di massima quando cerco ispirazione preferisco tornare indietro di un secolo o due, ma alla fine sono un onnivoro e mi nutro di qualsiasi cosa possa contenere anche solo un minimo spunto visivo, indipendentemente che si tratti di santini o di fumetti, tant’è che con gli anni sono diventato una specie di collezionista di libri di ogni tipo. Mi capita spesso di studiare materiale commerciale e pubblicitario, rispetto alle arti visive tradizionali possiede una forza e un’immediatezza incredibili.

È evidente anche che disegni molto a mano, che parte della tua giornata occupa questa pratica… che condizioni ci devono essere? (disegni con la musica, sempre nello stesso posto, scarabocchi sui tovaglioli di carta…. Raccontaci)
Diciamo che non ho niente contro il digitale, ma fatico a rimanere davanti a uno schermo per più di mezz’ora. Ho una specie di mania per tutto ciò che è carta stampata e il disegno non fa certo eccezione: per quanto anacronistico possa sembrare, niente può sostituire pile di libri, matite temperate e fogli sparsi. Avere gente intorno è rigorosamente vietato: quando mi siedo alla scrivania mi isolo completamente dal mondo esterno, mi immergo in un casino metodico che è un misto di bozze e materiali di riferimento e il resto smette semplicemente di esistere.
In effetti non ho una visione molto bohemienne del processo creativo, avere metodo mi è semplicemente più congeniale rispetto al perdere tempo dietro al mito di genio e sregolatezza.

Visto che sei un grande collezionista di libri, quali sono quelli di cui sei più geloso, o in generale gli acquisti più azzeccati?
In questo preciso momento sono geloso di non essermi ancora comprato Gotham by Gaslight. Però ho un catalogo di articoli religiosi della fine dell’ottocento che non è niente male.

Da dove trai spunto per le frasi che utilizzi nei tuoi disegni?
Di solito metto su carta frasi o concetti che mi ronzano intorno semplicemente perché li ho letti o sentiti da qualche parte, non certo perché mi rompo la testa a pensare qualcosa di intenso e struggente da comunicare. Quella è roba buona per chi guarda troppi reality in televisione.
In questo senso il contenuto è quasi sempre un pretesto: trattandosi di disegnare e non di scrivere un trattato di filosofia, tendo ad essere più attento alla forma che alla sostanza.
Ma questo non ditelo a nessuno.

Quali sono gli artisti o le correnti artistiche che maggiormente apprezzi e che in qualche modo hanno influito sulla tua attività?
Al di fuori dei graffiti non mi viene in mente nessuno in particolare, anche perché non ho una formazione artistica accademica e le mie fonti di ispirazione sono talmente tante e talmente diverse che dovrei perdere un’ora solo per cercare di ricordarmele tutte.
Nel mondo del writing invece c’è un sacco di gente che ho sempre considerato tre gradini sopra gli altri e a cui, in un modo o nell’altro, devo molto: Sdk / Pme, Tws, Dsp, Tgf, Ckc, Mod e qui mi fermo perché tanto finirei comunque per dimenticarmi qualcuno.

Quali sono secondo te le realtà italiane che meriterebbero attenzione?
Premetto che 1) dalla chiusura di xplicit grafx (quello vero) non ho più comprato una fanza che sia una, e 2) non frequento nella maniera più assoluta siti o forum di graffiti, da cui consegue che 3) la mia visuale è consapevolmente limitata dal momento che quello che so è quello che vedo alle convention o in banchina.
Detto questo penso che il veneto sia diventato – o meglio lo è sempre stato – il vero epicentro del writing italiano, alla faccia del solito ping pong ‘è meglio Roma – è meglio Milano’ come se il resto dell’Italia, in quanto provincia (con la p minuscola) non fosse nemmeno degno di essere preso in considerazione. Smettete di sbavare dietro ai Seventh Letter: qui abbiamo Ead e Click.

Bergamo paragonata a Milano o ad altre grandi città italiane con una scena è una realtà più defilata, tranquilla e contenuta. Eppure è evidente come nel tempo siano usciti dei writer di grande talento… Lì il writing come lo si vive?
Purtroppo  (o per fortuna) non mi sono mai curato molto della cosiddetta ‘scena’, né locale né italiana né di qualsiasi altro posto, quindi non saprei come si possa vivere il writing qui. Probabilmente come in qualsiasi altra città, piccolo o grande che sia: tanto tutti finiscono sempre per conoscere tutti, con quello che nel bene e nel male ne consegue.
E per quanto riguarda il rapporto tra realtà minori e presenza di talenti, ogni singolo writer con cui sono in crew è la testimonianza vivente che le città più piccole non hanno nessuna difficoltà a produrre writer che spaccano sul serio – lo dico a titolo di promemoria, visto che di recente qualcuno ha avuto il coraggio di sostenere che la provincia non va tenuta in considerazione in quanto “fagocitata dalle grandi città”. La bravura non ha niente a che fare con la provenienza geografica, e se vivere in una ‘metropoli’ ha il vantaggio di poter attingere da scuole stilistiche solide e con radici molto più profonde, spesso vivere ‘in campagna’ significa doversi arrangiare… magari finendo per infrangere le regole precostituite e crearne di nuove. Dafne viene da Alessandria, Sherif da Sanremo, Eron e Lego da Rimini, Noem da Pesaro, Sir da Vercelli, potrei continuare all’infinito e mi chiedo quanti saprebbero indicare queste città su una cartina vuota.

All’inizio quando eravate in pochi a praticarlo come eravate visti dalle persone e dalle autorità? Come credi che sia cambiato il rapporto e la percezione che la gente comune ha del fenomeno?
Non è cambiato niente: ti amano e ti odiano a seconda di cosa gliene viene in tasca. Sei un artista se devono mostrare di essere sensibili alle esigenze dei figli, un pericolo sociale se hanno bisogno di rassicurare i genitori su come vengono spesi i soldi dei contribuenti.

In che direzione si sta muovendo la scena del writing italiano?
Un passo in avanti e uno indietro in funzione delle mode del momento, come sempre. Ma alla fine, se non fosse così, ne sentiremmo la mancanza.

A parte graffiti e tatuaggi di cos’altro t’interessi?
E ti pare poco?

Come si svolge una tua giornata tipo?
Di solito, quando non sto tatuando, sto disegnando o dipingendo qualcosa – e ti assicuro che il tempo che resta è davvero poco. Chiedilo alla mia ragazza o ai nostri pappagalli…

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