Over Spin Crew interview

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Ciao ragazzi! Come prima cosa fateci per favore una presentazione generale della Os; siete una crew relativamente giovane, sia per età media dei componenti che per anno di formazione. Come vi è venuto in mente di mettervi assieme?

RODE: Ciaociaociao. Siamo in 6: Sparki, Rode, Morki, Nolac, Shen e Koes. Siamo Overspin Team. Ci conosciamo ormai da anni poiché tutti proveniamo dalla stessa zona del Veneto, zona in cui, un paio d’anni fa, la scena del writing ha subito uno sgretolamento repentino. È stato proprio in quel frangente che abbiamo deciso, complice una compatibilità caratteriale, di unirci sotto una stessa crew. Da allora abbiamo potuto approfondire una bella amicizia che ci lega anche oltre il dipingere assieme… siamo ormai vecchi amici da bar.
Alla base della Overspin c’è dunque una forte amicizia ma anche (più raramente) la voglia di fare bene e dimostrare che con gli spray ci si può divertire e creare qualcosa di buono.Non concepiamo la crew come un’aggregazione di comodo… se non c’è coesione (più caratteriale che stilistica) tra i componenti difficilmente si può arrivare a dei buoni risultatati complessivi. Il nome della crew, overspin per l’appunto, sta per “fuorigiri”… hai presente quando si accelera di prepotenza con la frizione pigiata? Ecco, noi siamo così… (l’interpretazione è libera).

NOLAK: All’inizio, nel 1995, è stato un mix di curiosità e voglia di trasgredire che mi ha avvicinato al writing, anche se non ho mai avuto la vocazione per il bombing e, nelle poche uscite ‘illegali’, non sono stato molto fortunato. Poi è subentrata la voglia di farmi conoscere, guardando comunque alla qualità piuttosto che alla quantità, preferendo lo studio a fondo del pezzo, magari con qualche novità ogni volta, invece delle stesse lettere ripetute alla noia.Questa scelta non mi ha certamente favorito in termini di numero di pezzi prodotti e, in alcuni periodi, mi ha anche costretto a lunghe pause riflessive, ma resto comunque soddisfatto del lavoro svolto.
Con il passare del tempo le motivazioni, che mi spingono a continuare, sono cambiate; sono sì ancora interessato a mostrare ciò che so fare, ma affronto tutto in modo più rilassato, senza le pressioni della competizione, mi diverto, perché questo dev’essere: un DIVERTIMENTO.

Rode mi diceva che vivete il writing come sport di gruppo, potreste chiarire meglio questa affermazione?

RODE: È esatto. Siamo una squadra. Ognuno cerca di mettere a disposizione del gruppo le proprie peculiarità creative. Abbiamo un obbiettivo comune che risulta più abbordabile lavorando in coesione… Parlo di sport perché sembra che il writing, spesso, si riduca ad una sfida agonistica, ad un confronto fra crew o singoli, per quanto stimolante e divertente.

Perchè avete iniziato a dipingere? La motivazione è sempre la stessa di quando avete iniziato oppure dipingere oggi ha assunto un significato diverso?

RODE: Razionalmente si dovrebbe saper rispondere a questo genere di domande in modo chiaro come un lago senza fango… La realtà, però, spesso si discosta dalla razionalità… Posso solo dire che se dipingo lo faccio principalmente per 2 ragioni : passione e curiosità.Alle volte mi interrogo sulle motivazioni che mi spingono a portare avanti questo genere di percorso iniziato per gioco, per emulazione, per egocentrismo ed in modo assolutamente poco analitico… Ne risulta che ,nonostante la risposta a tante domande possa farmi prendere in considerazione la possibilità di smettere, mi sento talmente tanto coinvolto dalla situazione da non volervi rinunciare.
La voglia di superarsi è ancora troppo forte come lo è la curiosità di vedere fino a che punto ci si può migliorare e rinnovare. Inoltre non si può rinunciare ad una parte della propria vita senza soffrirne il distacco. Il distacco, e il sacrificio che esso comporta, ha ragione d’essere solo se la causa finale lo giustifica. Smettere di dipingere oggi non farebbe di me una persona migliore o più felice quindi che lo “spettacolo” vada avanti.
Ancora una volta succube delle passioni, tanto violente quanto irrazionali, che per quanto immotivate sono il motore della vita.

KOES: Ho iniziato a dipingere seriamente nel 97. Mi piaceva disegnare e avevo bisogno di credere in me; quale miglior modo di unire disegno e nome (la cosa che + mi rappresenta), con l’opportunità di scriverlo in grande?
Vivevo e vivo il dipingere come momento per stare insieme agli amici, gli stessi amici che il writing mi ha permesso di conoscere. Oggi per me dipingere continua ad essere una cosa bellissima, un’opportunità di conoscere writers anche di diverse nazionalità, persone spesso interessantissime dalle quali ricevo continui stimoli per cercare di migliorare. Non si finisce mai di imparare!

MORKI: Non penso che la “gente” abbia cominciato ad odiare i graffiti oggi. Questo odio probabilmente è nato assieme al writing! Per quanto mi riguarda ricordo di aver iniziato dopo aver visto una murata a Vicenza, una decina d’anni fa. Ancor oggi non so chi ne sia stato l’artefice ma ricordo di esserne rimasto affascinato a tal punto che ,non appena arrivato a casa, ho incominciato a scarabocchiare i primi accenni di pezzi su carta… è stato l’inizio della fine! Mi ritrovo oggi, dopo ormai un decennio, a consumare costantemente matite su matite.
Lo faccio -continuo a farlo- perché mi soddisfa, mi fa stare bene, mi appaga. E basta.

NOLAK: Per quanto mi riguarda, non sto cercando di abbandonare le lettere, bensì di portare avanti, parallelamente all’evoluzione della lettera, un progetto sullo studio di composizioni geometriche. L’obbiettivo è di trovare una combinazione per poter fondere costantemente lettere e geometrie, in una sorta di equilibrio formale.Anche se sono sempre stato attratto e influenzato dal writing ‘astratto’, con alcuni esperimenti in passato non del tutto riusciti, ho iniziato solo tre anni fa a lavorarvi assiduamente e ad ottenere così i primi risultati.
Ritengo che questo interesse, al di là delle influenze della ‘vecchia scuola’ vicentina (go Iktroneex!), sia stato generato dal desiderio di separare l’aspetto decorativo dalla lettera, di liberarlo dai limiti imposti dalla forma di questa e di farlo diventare un’entità a sé stante. Per delimitare le forme ho dovuto comunque utilizzare l’outline che adesso però posso allargare, restringere, tagliare, raddoppiare a piacimento senza alcun vincolo. In un pezzo conta la combinazione tra l’armonia compositiva, l’uniformità dello stile, l’abbinamento dei colori, la pulizia nella realizzazione e ultima, ma non meno importante, l’evoluzione della lettera o della forma.

A questo ultimo aspetto do grande importanza, al punto che vorrei introdurre una novità rilevante in ogni mio pezzo, anche se questo risulta praticamente incompatibile con una produzione costante.
Ciò che ci lascia tutti completamente soddisfatti in una murata (cosa che comunque capita di rado) è il riuscire ad amalgamare i nostri stili di lettering e i figurativi con lo sfondo, evitando quindi di farli apparire come degli stickers, applicati senza criterio su di un background che non centra assolutamente niente.
Ti assicuro che in ogni murata c’è gran poco di pianificato o preparato o, perlomeno, si parte con un’idea di come sviluppare il lavoro, ma poi si finisce da tutt’altra parte.
Spesso, durante la lavorazione, nascono nuove idee che vengono così realizzate attraverso l’improvvisazione per non rallentare o bloccare il lavoro.

SPARKI: … oggi lo fann tutti?…oggi la gente odia a morte questo genere? Oggi? Oggi i tutti sporcano la braga larga con lo spray e come ieri la gente abbaia per il proprio bisogno di autorità quotidiana.
Ieri ho cominciato perché avevo il bisogno di dipingere in grande, di usare le spalle oltre il polso, di sentire la forza della superficie, di sentire come un metro quadrato di blu fosse più blu di un cm quadrato di blu, di scrivere, trascrivere lo specchio… a tela ha un fine, il muro idealmente no. E’ una superficie continua,un rotolo continuo,un luogo provvisorio e mutante. Sono cresciuto in una seppur piccola,ma genuina scena, dove confronto, sfide, freestyle e idee, non il king o il babbo!!Ma le rime che aggredivano l’aria come gli spray tatuano la pelle urbana con le stesse ellissi tracciate nell’asfalto dai breakers.
Poco alla volta diventi e rimani quello che fai, e non lo fai per la figa, la fama o per sentirti qualcuno,ma perché ne fai parte. Oggi continuerò a dipingere finchè arriverò dove tendo.

Sempre parafrasando un’affermazione di Rode non siete interessati ad essere definiti dei writers se il writing diventa una “cultura forzata con troppe regole e troppi teorici.

RODE: Non essendo il writing vincolato da nessun aspetto “commerciale” ed essendo un’esperienza creativa non capisco perché si cerchi di porre dei limiti teorico/critici a tale “disciplina”. Vero è che il writing si basa su di un modello storico, ideologicamente ben definito, come ogni movimento che si rispetti ma è innegabile che la situazione generale che ha portato alla nascita del writing negli USA non assomiglia lontanamente alla situazione nella quale noi agiamo. È pertanto necessario avere un minimo di elasticità mentale… e non mi riferisco ad una questione stilistica ( in fatto di “stile” ognuno ha i propri gusti e le proprie esigenze…).
Le nostre produzioni possono piacere o meno ed è giusto che sia così; esporsi significa accettare il confronto e il giudizio altrui ma a mio avviso non bisogna per questo vincolare le proprie capacità espressive… Se l’evoluzione un giorno dovesse portarmi ad abbandonare il lettering, per curare altri aspetti della composizione, ben venga. È un problema che non ho intenzione di pormi. Se questo dovesse succedere non sarà certo per la presunzione di voler creare una nuova “corrente artistica” o per la volontà di sputare nel piatto nel quale ho mangiato ma semplicemente per una “scelta creativa”. Se tale scelta dovesse precludere il fatto di essere considerato “writer” non ci sarebbe alcun rimpianto. Continuerei a fare ciò che faccio con la medesima serenità… tutto qui… mi tengo solo aperto ad eventuali cambiamenti, nulla di sconcertante. Per il momento mi sento un writer, mi pare di esserlo insomma.

KOES:Io mi ritengo solo uno a cui piace dipingere e ci crede perchè è anni che lo fa. Apprezzo delle cose del writing e altre no,non mi importa di esser una cosa o l’altra, mi piace buttare fuori dalla mia testa le mie linee, le mie idee, dalla carta al muro.

NOLAK: Sono dell’opinione che sia lecito se fatto con criterio e, soprattutto, se adottato come un punto di inizio nell’evoluzione di uno stile personale.Sono pochi coloro che creano stili nuovi e, allo stesso tempo, validi, quindi non do proprio ascolto a tutti quei fanfaroni che si divertono a sputare sentenze sul lavoro degli altri, convinti che le loro creazioni siano assolutamente originali e ben studiate.
SPARKI: Il writing purtroppo ostinatamente vive nelle sue regolette.
Il writer medio lo considero ottuso, chiuso, auto tarpatosi da una cultura scelta per celebrarsi nelle improprie vesti del mito che 30 anni fa scriveva per saldi motivi il proprio nome sulla subway, io rispetto il writing, la grandiosità di cio che è, e che ha generato…..e con tale rispetto tendo a non prenderlo sul serio in quanto non sarebbe serio da parte mia.
Mi definisco “writer di campagna”…crescendo qui non ho affrontato, non ho vissuto quella rete di urgenze/velocità/ contrasti /correnti (in senso fisico) di incitazioni, che pregna e identifica la metropoli spingendo alla fugacità, al gesto, all’aggressività, il Fare del writer.
La mia risposta al mondo che mi circonda non può essere che diversa da chi vive la città, quindi ho sviluppato altri sensi, altre esigenze. In un mondo dove la globalizzazione toglie monti e confini, il writing, si riconosce(-rebbe) in due arterie, il writing “metropolitano” (+immediato, segnico e attento alla presenza/azione) e il writing “di campagna”, dove invece si ha il tempo mentale/materiale di curare, ricercare, arricchire il pezzo, e la possibilità di restituire non tanto il bisogno, ma la possibilità del “fare” ampliato di ricchezze stilistico decorative.
Zephir riconosceva come lo style NY era puro, in quanto gestuale:Lo Scrivere! I vari particolari stili,il 3D,il puppet, spesso sono talmente elaborazioni da allontanarsi per principio dal concetto di scrittura come esigenza, e diventare piuttosto Opera, quindi altro rispetto allo Scrivere…writing spuro a mio avviso, e qui, per me, nasce la rottura dalle lettere…

Alla base del vostro percorso stilistico ci sono le lettere, ma mi dicevate che alcuni di voi stanno cercando di abbandonarle… in favore di che cosa?Cosa conta per voi in un pezzo?

RODE: Abbandonare le lettere non è un proposito che mi sono posto. È solo una possibilità evolutiva che non voglio escludere. Ad ogni modo ritengo che, attualmente, le mie/nostre produzioni rientrino perlopiù nel solito cliché… lettering, forma e colore.Per quanto mi riguarda cerco di riservare particolare attenzione alla forma, o meglio, al movimento. Ho sempre adorato la freccia come simbolo di dinamismo e il mio intento è quello di darle un ruolo “attivo”, giustificato.
A livello generale non si può dire che le mie/nostre produzioni abbiano una motivazione che non sia fine a se stessa… quindi le soddisfazioni possono venire per varie ragioni, tutte riconducibili al raggiungimento di un obbiettivo personale (quando il proprio pezzo piace per forma, colore e realizzazione ) e collettivo (quando l’insieme risulta omogeneo e coordinato).
Contrariamente a quanto hai affermato posso garantirti che le nostre murate non hanno mai richiesto grande impegno progettuale… è più una questione di intesa… dipingendo costantemente assieme si è creato un buon “feeling”. Conoscendoci sappiamo a grandi linee come uno o l’altro può intervenire nella murata, cerchiamo di sfruttare questa intesa.Devo dire che mi piacerebbe poter studiare le murate a tavolino prima della realizzazione ma i nostri caratteri non ce lo permettono: siamo poco affidabili, inetti e scansafatiche. Preferiamo un Braulio (semper laudatur) al banco e “quatro ciacole da betoneghe”.

KOES: Per me in un pezzo è importante la singola lettera quanto l’armonia dell’insieme. Leggibile o meno, mi piace rimanere compiaciuto di come si è riusciti a digerirla ed evolverla. Per me è molto importante il percorso: non puoi iniziare a dipingere facendo 3d, devi iniziare da cerchi e quadrati. Una murata mi può lasciare soddisfatto per 2 motivi:1- che i pezzi stiano bene nel loro insieme, che riescano anche nel marasma a trovare un loro respiro e se possibile, si integrino bene con quello che li circonda.
2-che sia stata una giornata divertente.
Spontaneità e improvvisazione? Devo dissentire!
A volte i miei fratelloni mi rimproverano per la ”mancanza” di bozzetto che a tratti solo accennato, prende poi vita sul muro.

MORKI: Attualmente non mi dedico al lettering perché sono bloccato ad un livello di costruzione basato sulla forma/sulle forme. Tuttavia non sono affatto contrario alla lettera, anzi. Se una persona riesce a sviluppare delle lettere interessanti supportate da uno stile adeguato perché non farle?
Per quanto riguarda l’organizzazione delle nostre murate… beh, ad essere sinceri non organizziamo proprio un bel niente… ogni volta che tentiamo di trovarci per farlo ce ne torniamo a casa quasi sempre mezzi ubriachi!

NOLAK: E’ una realtà con cui conviviamo pacificamente e che, se studiata e ben realizzata, mi piace e, in alcuni casi, mi esalta, sia essa street o train bombing. Ci sarà sicuramente chi non approva le nostre scelte, ma la cosa non ci preoccupa. Questi dualismi sono sempre esistiti, quindi ognuno collabora con chi si avvicina alle sue stesse concezioni, preoccupandosi più dei fatti che delle parole.

SPARKI: Lo scrivere? Il lavoro del writer? Applicare un proprio stile a delle lettere scelte? In realtà…tirare e stirare fisicamente la lettera, non solo nell’azione del gesto, ma anche l’applicazione di una pelle, un make-up che differenzia i lettering. La mia “A”è la stessa in quanto codice, ma è diversa per Segno o per Make-up, la calligrafia vive nella sincerità e nella semplicità del proprio segno; nel make-up vive nella finzione l’estasi della lettera sento che questa pelle si sovrappone forzatamente, questa pelle è l’altra espressività, anch’essa scrittura, ma non telaio, struttura, bensì pelle, superficie che come nell’uomo segna con macchie e rughe quello che è profondo della persona.
Preferisco spezzare l’intelaiatura delle lettere lasciando scorrere quella pelle ,che è per me scrittura in quanto cutanee presenze segniche… non codice.
Ma questo è un percorso dato da un’esigenza personale, il mio pezzo, altro non è che un ammasso di Relitti di Lettere, parti residue di lettere dopo questo cut cut. In realtà la maggior parte delle nostre murate sono realizzate in freestyle, magari una semplice bozza davanti al muro, niente di più, non credo nella spontaneità del writer, in quanto tende a ripetere lo stesso stile.
Invece,l’improvvisare è insito nel muro,perché le forze nell’ampia dimensione, non sono gravi come le tensioni sprigionate dal foglio della bozza. Da qui l’esigenza, di improvvisare,di modificare, per far fronte a questi pesi visivi.

Ritenete che sia lecito prendere spunto da altri stili? E’ una cosa che giustificate? Oppure oggi come oggi non ha più senso parlare di originalità?

RODE: Non penso che nel writing qualcosa sia lecito e qualcos’altro non lo sia. Prendere spunto è inevitabile come lo sono le influenze, nessuno di noi sta inventando nulla di nuovo e nessuno di noi vive in Tibet…
Per quanto mi riguarda non sono un feticista di uno stile in particolare, non mi piace esserlo, cerco di rendere ciò che faccio il più personale possibile. Dunque Personalità e non propriamente Originalità. L’originalità nel writing è oggi un fattore molto discutibile…

NOLAK: Ritengo che ciò che si produce in Italia non abbia niente da invidiare alla maggior parte dei Paesi europei e da questi escludo la Germania che, per innovazione resta sempre la prima. E’ vero però che forse per paura o per il nostro prenderci troppo poco sul serio non ci siamo mai fatti veramente conoscere all’estero, non abbiamo mai dato continuità alle nostre incursioni in terra straniera, esclusa qualche rara eccezione.Questo è spiacevole perché poi si cade vittime del solito stereotipo che il writing in Italia sia solo train bombing, cosa che ho riscontrato anche di recente in una pubblicazione sul writing nel mondo. Siamo in grado di concepire anche murate di spessore e di alta qualità e di sicuro gli esempi non mancano!Da qualche anno a questa parte, una buona opportunità di muoversi in Europa la sta dando il Meeting of Styles, jam di writing itinerante, organizzata dal grande Manuel Gerullis. Quest’anno, grazie ai ragazzi dell’EAD di Padova, abbiamo avuto il MOS anche in Italia; potrebbe essere un punto di partenza e un buon trampolino di lancio per tanti di noi.

SPARKI: Copiare? Prendere spunto? O iniziare il proprio percorso con un determinato bagaglio stilistico, una scuola? Non credo che il principio primo di questa cultura sia di esprimersi “nella maniera più originale possibile”, risponderebbe alla “Creattività”, all’ingegno,anziché alla natura espressionista che tende lo specchio della propria personalità. Purtroppo nel writing v’è insita la competizione, giusto motore, che talvolta spinge ad investire, a forzare il proprio lettering d’una struttura che non risponde a se stessi, bensì ad una corrente moda stilistica. Il writing copia se stesso, credo sia cronico, metodo.

Vivete il writing in una maniera molto personale che sicuramente farà storcere il naso ai “puristi”, non fate illegali, abbandonate le lettere in favore di un risultato comune e complessivo, non siete interessati ad essere definiti writers… cosa ne pensate del writing tradizionale, quello più hardcore?… e dove pensate che vi porterà questa concezione?

RODE: Il writing “tradizionale” o comunque più “hardcore” mi ha permesso di fare ciò che faccio. Mi ha stimolato ad iniziare e tuttora mi coinvolge. Apprezzo tutti le forme di writing realizzate con stile, a volte ne invidio il carattere e penso di non esserne all’altezza… vorrei saper fare tutto e bene… ma chi troppo abbraccia nulla stringe, perciò continua a portare avanti la mia “ricerca”, comunque con un occhio fisso sul resto del mondo. Mi sto praticamente accciiecando.
Chi lo sa dove si andrà a parare… l’evoluzione è una strada parecchio tortuosa che va percorsa a piccoli passi, sbagliando e azzeccando alcune scelte. Meglio tenere lo sguardo sul percorso per non inciampare malamente… guardare troppo avanti porta sfiga.

KOES: Penso che il lato illegale del writing sia troppo figo, infatti tra i miei colori preferiti ci sono l’argento il nero e l’over amarillo. Avendo avuto persone come Naso e Zuek davanti agli occhi fin da quando ho iniziato a dipingere, ho potuto apprezzare degli stili diversi dal mio, buone lettere e pulizia, per me fanno meravigliosi i pezzi illegali … ma evidentemente non sono fatti per me. Rispetto tantissimo chi si sbatte e crede nell’illegale conservando l’umiltà.

SPARKI: Sul “non fate illegali” devo dissentire! Solo perché ora il maggiore impegno è per le murate, significa che non va bene? A quale legge dovrò sottoporre il mio Fare? E’ giusto che ognuno si applichi al proprio settore, chi ai treni e chi alle murate, chi alla “pura” lettera e chi al suo estremo. Sono queste differenze, questi differenti writers che, per carattere, idee ed esigenze, rendono ricco il “mondo” del Writing. In base alle nostre produzioni, per ora, siamo ancora all’interno di una struttura cosiddetta “tradizionale”; a parte il singolo individuo, spero e propongo in un primo futuro di radicalizzare l’Insieme, con la convinzione di un preciso presente stilistico.

Nonostante questo siete parte integrante della scena, soprattutto di quella della vostra regione. In generale quali pensi che siano i punti di forza e di debolezza italiani?

RODE: L’italia è indiscutibilmente una nazione ricca di varietà e di stili nonchè di persone dotate di stile. Questo è un punto di forza.
L’italia è la terra degli italiani: gente incostante e facilona alla quale non piace concentrarsi troppo su qualcosa. Agli italiani piace cambiare, divertirsi e spesso apparire.Tali attitudini si riflettono impietosamente anche nelle produzioni . Questa è un punto di debolezza. Ma questo è il nostro stile. A noi piace così. W la pizza, la pasta e il mandolino (elementi nei quali Shen, la nostra guida spirituale, crede con fermezza, mandolino compreso).

SPARKI: Il TriVeneto ha una gran quantità/qualità di writers e una gran storia.Nomi come Skah, IKtronex, Onis, Dext, EAD, LaCremeria, MoD, Kato per citarne alcuni, hanno inciso e incideranno sempre la scena.
Gli Italiani sono creativi, potenti, mal-organizzati, pressappochisti, tanti non credono in se stessi e finiscono nell’ombra di qualcuno, forse è un sentimento tutto italiano che non crede nelle giovani forze, tarpandone le ali, o forse sto solo parlando di me stesso.

La gente comune come pensate che percepisca quello che fate?

RODE: La gente comune apprezza in particolare ciò che riesce a decifrare.Un Puppet sarà sempre più apperzzato rispetto un pezzo, di qualunque natura esso sia. Un 3d può piacere per l’effetto percettivo che provoca, un wild style può piacere per la forma accattivante, lo stile grafico può piacere per l’aspetto decorativo e a tratti formale.Alla “gente comune” piace quando tutto questo avviene in spazi che non invadano troppo la loro quotidianità, che si tratti di puppet, 3d, wild o grafica. Commissioni? Non ci capita molto spesso ed è per questo che si accetta quasi sempre di buon grado. La nostra è una passione costosa, perché non cercare di eliminare il problema proprio grazie ad essa?

KOES: Da che mondo e mondo se una cosa non la conosci e capisci, non la sai apprezzare… Ad esempio, se disegni un occhio, dalla gente accogli consensi,mentre quando fai un pezzo,percepito come astratto, spesso ottieni solo dissensi, dipende tutto da chi guarda percepire un wild e un pezzo più digeribile allo stesso modo.

NOLAK: Penso sia il sogno di chiunque poter vivere di writing, ma è già difficile farlo in altri ambiti ben più ‘convenzionali’ come la pittura, in più l’Italia non è assolutamente un Paese aperto alle nuove correnti artistiche. Coloro che riescono a mantenersi con il writing puro sono pochi e spesso sono costretti a scendere a compromessi per fare la loro arte. Difficilmente, in futuro, la situazione si evolverà; in Italia c’è ancora troppa paura e diffidenza ad investire in lavori realizzati a spray, siano essi tele o muri, forse anche a causa del messaggio criptico, che rende il writing incomprensibile al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori.A mio parere il writing può essere considerato solo come una fonte di ispirazione, da applicare, con i dovuti adattamenti, ad ambiti lavorativi ben più convenzionali (vedi 123 Klan).

SPARKI: Bah…arte degenerata, vandalismo, arte dei primati, graffiti, sprussi-Rep,
anarchica espressione giovanile, i colori dell’inutilità, roba moderna, Arte… Le nostre azioni sono più soggette a prevenute critiche e accuse che a reali opinioni, della “gente” non m’interessa nulla.

Pensate che il discorso artistico che state portando avanti vi garantisca un consenso più ampio da parte dell’opinione pubblica e della critica artistica?

RODE: Per quanto riguarda l’opinione pubblica è probabile che accetti con più “simpatia” ciò che facciamo noi rispetto a ciò che fa un buon bomber, per l’aspetto decorativo e soprattutto legale della faccenda (in ogni caso non è sempre vero). Per quanto riguarda la critica artistica… beh il discorso potrebbe protrarsi a lungo ma penso che non sia nemmeno tanto giusto riscuotere dei consensi (almeno idealmente parlando). Non considero arte ciò che facciamo e non pretende di esserlo, per una questione principalmente comunicativo/sociologica mi piace considerarmi più intrattenitore che artista…

KOES: Riguardo all’opinione pubblica e artistica non ne so cosa pensi a riguardo, ma mi piace a volte mostrare che con gli spray si riescono a fare anche altre cose,oltre i pezzi che si vedono in strada. A volte mi piace vedere quelle persone solitamente contrarie agli spray e ai relativi disegni, stare in silenzio,ad osservare un muro finito…forse le opinioni che mi interessano di più sono quelle dei vecchietti che, incuriositi si fermano a parlare,e che,tra una spiegazione e l’altra si finisce sempre a parlare di guerra.

Sareste interessati a vivere di writing? Cioè a fare gli artisti, vendere tele, fare lavori su commissione come già fanno altri vostri colleghi all’estero? Pensate che sia possibile farlo in Italia?

RODE: Vivere di writing? No grazie, non intendo soffrire la fame. In Italia non penso che sia possibile. Siamo ancora troppo legati a solenni tradizioni che spesso non riusciamo a portare avanti con dignità…(sarà un luogo comune ma amo arrendermi ai luoghi comuni se ben documentati) Se si tratta di ripagarsi i materiali grazie ad alcune commissioni ben venga… Ma anche volendo non sarei interessato a fare della mia passione un lavoro, rischiando di farla morire nella noiosa routine.
Per quanto riguarda il discorso artistico in generale: dovrei tentare di digerire alcune opprimenti influenze che, inevitabilmente, ho assorbito di recente e probabilmente non sarei ancora in grado di trovare una mia strada, devo dire che spesso rifletto e mi rifletto in cotal questione ma, per il momento, sono ancora in alto mare ma con il salvagente, non è così spiacevole!
A parer mio writing e Arte ( e ognuno ne attribuisca il significato che crede opportuno) non si sposano felicemente e se lo fanno finiscono per divorziare: “un matrimonio d’interesse” alla Cecov.

KOES: A dire il vero penso che l’Italia non sarà mai pronta, noi italiani possiamo essere solo affreschi e chiese…non sono informato sul mercato, per ora non mi interessa, ma sinceramente credo che a parte rinascimento e colori a olio, che adoro e della quale ho veramente gran rispetto, i balzi in avanti degli artisti d’avanguardia e street-art per quanto meritevoli non saranno mai a pieno valorizzati, anche se lo spero molto. Differentemente, nel resto d’ Europa, i miei amici in Spagna e Belgio spesso ricevono offerte di lavoro. Si, mi piacerebbe vivere disegnando. *** chi non sarebbe felice di riuscire a campare con ciò che più ama fare.

MORKI: Penso che a tutti piacerebbe vivere di writing (dai Rode, non raccontarcela…) ma non penso che in Italia sia possibile. Non credo, ad ogni modo, che possiamo essere considerati artisti.
Per quanto riguarda le poche commissioni che sono riuscito a fare ho provato sempre la sensazione che la mia “professionalità” sia stata sottovalutata. Sembra che per alcuni “committenti” farti lavorare sia quasi un “farti un favore”, per aver così la scusa di pagarti miseramente.
Ma la mia filosofia combacia con la loro: non si fa niente per niente (forse è per questo che non lavoro molto su commissione).
SPARKI: Chi ci vive, in realtà, o è considerato Artista, o vive di ciò che ha appreso semmai anche dal writing. Spero di non vivere di writing, spero di evolvermi e affrontare sempre nuovi mondi, quand’ero più giovane “sognavo” di realizzare edifici, grandi opere, dipinti, e di concludere la mia vita facendo scultura, ora mi accorgo di quanto invece la vita assomigli prima ad un nastro vuoto,quindi riempito, inciso, scalfito dai propri scelti suoni e da indesiderati suoni circostanti.

Cosa ne pensate del fenomeno della street art?

RODE: Penso che la street art, se fatta con criterio, possa essere un fenomeno urbano veramente interessante. Penso che il fatto che Italia sia sbocciato solo recentemente ci faccia capire quanto alle volte riusciamo a renderci anacronistici. Penso che la larga maggioranza di chi si cimenta in questa “disciplina” non abbia la benché minima idea di quello che stia facendo. Troppo spesso stickers e stencils (per generalizzare un minimo) sono solo eleganti(e non sempre) surrogati delle tag. Dove *** sta l’interazione con la realtà urbana, l’impatto feroce, lo straniamento, insomma la comunicazione immediata, nelle maggior parte delle produzioni che vediamo per le nostre strade?
Una domanda dendenna spesso il mio gulliver: come si può chiamare “street art” una produzione in vendita in una galleria d’arte che profuma di vaniglia? È una moda, lo è di certo, è cool, fashion, si è deciso così. Come tutto ciò che è cool perderà di interesse e subirà un’inevitabile scrematura, lo spero, non vedo l’ora.
Per quanto riguarda i media non saprei, probabilmente la faccenda potrebbe essere simile a quella del writing: diventerà un fenomeno appetibile quando farò loro comodo inventare qualche altra favola metropolitana da spiattella re ai lobotomizzati… dopodiché ci si pulirà il ***.

KOES: La street art la sto conoscendo ultimamente, grazie a qualche amico. Penso che siano entrambi: scorciatoia verso la fama per chi non sa disegnare e opportunità di studio paragonabile a quello di un writer e anche oltre, dipende da chi lo fa.Ritengo ci siano dei gran bei lavori in giro. Una cosa lodevole della street-art rispetto al writing in generale penso sia l’interagibilità con l’ambiente: come un bombing realizzato per strada, sei obbligato a vedere questi stencil ,poster,adesivi… ma quelli fighi,cioè quelli pensati,che sanno interagire ed integrarsi con l’ambiente (che è anche uno dei fini che con difficoltà miro a raggiungere). Forse un problema della street-art, è che i furbi galleristi sfruttandone il fenomeno,incitano i “loro” street-artisti a produrre la medesima opera, fossilizzandoli, quando magari,rimanendo nel loro ambiente naturale chissà che altri percorsi avrebbero intrapreso.Ma anche lì come in ogni cosa è la testa che fa la differenza.

SPARKI: Street art spesso la si accosta a stencils e stickers, ma queste tecniche vivono di vita propria, e il fatto che non implicano il saper disegnare non deve sminuirle, mi sembra lo stupido ragionamento di chi accetta la pittura astratta solo se dapprima il tal individuo sapeva egregiamente disegnare la figura umana.
Lo tecnica dello stencil in realtà è un linguaggio,non tanto freddo,quanto più passivo,in quanto permette a chiunque di lasciare un segno nell’urbano. Ora si parla di street-art come nuovo fenomeno,quando anzi,negli anni ’80 a NY c’era già chi la faceva,con sapienza e meglio di adesso…una tempo la street-ART,era viva e vissuta.Vedo tanti stencil o sticker che non sono altro che,ora logo anziché tag,ora debole figurina,ora status-symbol,ora così fan tutti…questa cosiddetta street-art sembra voler solo mettersi in mostra.
La street-ART seria, vera, non vuole ,ma dialoga, vive, e si compie con la partecipazione dell’ignaro utente cittadino che viene chiamato non ad accorgersi percaso di un logo, ma a scoprirsi partecipe di un esperienza visiva, talvolta shokante, spiazzante, enigmatica, riflessiva.
La Street-ART e il Writing :due culture diverse, non capisco perché ci si ostini a metterle in una stupida competizione, forse perché tanti writers sono invidiosi della fama, spesso gratuita ,che sta avendo questo fenomeno?

C’è qualcosa d’altro che desideri precisare?

RODE: Non sono un writer incazzato. Non combatto nessuna battaglia a colpi di spray. Nel dipingere ritrovo me stesso, a prescindere da ciò che mi circonda. Ritrovo il mio lato romantico, neo-romantico, transromantico e postneoromantico. Un modo di essere che oggi -2005- potrebbe sembrare paradossale. Un paradosso che trovo tanto stridente quanto interessante… quantomeno più interessante di un “incazzato” del nostro tempo.

SPARKI: Sento che ogni lettera ha un suo preciso colore, aggiungo in ricordo, una frase, di una persona molto importante recentemente ascesa in cielo: “Nel nero vedo tutti gli altri colori, Nel nero vedo la luce… vedo il bianco che gli sta accanto.” KEN – LaCremeria family

Che progetti avete per il futuro e dove vi augurate che vi porti il percorso artistico che avete intrapreso.

RODE: Progetti per il futuro tendo a non farne… ho semmai qualche sogno e qualche incubo… parlando con sincerità ho 23 anni e non so ancora bene cosa farò della mia vita. La cosa più preoccupante è che questa situazione non mi preoccupa.
Per il momento continuo a cercare ispirazione nella musica che da fastidio, nelle lavatrici in centrifuga, nella figa, nell’alcol, nelle crepe dei muri, nella tv spenta, nel letto morbido, nei ratti antagonisti della razza umana, nei dibattiti senza capo ne coda, nei colori (!) della città e soprattutto nella famiglia e negli amici di tutti i giorni…

KOES: Voglio con tutto il cuore ringraziare, le persone fatte di cuore e semplicità che mi sopportano…è molto difficile lo so…ma Yo! vivo per voi.

Overspin saluta e ringrazia: Skah, Nex, Onis, Kato, Kius, LaC, EAD, TRM, 33cm, BDM, JPEG, C>>, RMS, PDB, KNM, Rok2, SatOne e CG di Cermania, Hitnes, 23rec , TLM e tutti i romanacci, GFM amigos, Casroc e soci dei Paesi Bassi, Gherulli (MOS rulez), FL e tutti i disadattati con i quali abbiamo raggiunto livelli di autolesionismo umanamente inaccettabili.GO!
Un ringraziamento particolare a tutti coloro che supportano e documentano la nostra (writers de todo mundo) passione per farne un’interessante punto di incontro, scambio, condivisione e -perché no – riflessione.
Go wstr!

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