Writing with social awareness: intervista con Flood

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 Flood

Che nome vuoi utilizzare per questa chiaccherata?

Ciao! Direi che possiamo tranquillamente usare quantomeno i tre che ho usato con più regolarità, quindi Flood, Lauro o Soviet… se vuoi la trasformiamo in un’intervista a tre voci!

Ci conosciamo da tempo ma non ho mai saputo come sei stato catapultato in questo pazzo giro… sbaglio o anche tu sei cresciuto a Milano Sud?

Non sbagli, dopo aver vissuto i primi 3 anni di vita in Germania sono cresciuto esattamente tra il Lorenteggio e il Giambellino, in una Milano che era decisamente diversa da oggi.
Per quanto riguarda i miei primi approcci con il mondo del writing c’è da fare un salto ai primi anni ’90: frequentavo la stessa scuola di Mork e Clam, a due passi dal CSOA Garibaldi, ed essendo molto amici ho iniziato a seguirli nei loro primi passi da writer come semplice osservatore. Da parte mia ascoltavo rap già da parecchio tempo, compresi gli albori della scena italiana, e mi incuriosiva questa realtà. Ricordo ancora i giri per Milano a guardarci le hall of fame storiche, le prime nottate a tirar tardi mentre loro facevano tag e bombing, i pomeriggi al Sempione con gli altri writer. Ai tempi, come oggi, suonavo in vari gruppi hardcorepunk e non solo e in un certo senso mi son sempre detto ‘Questa è la mia passione, voi avete la vostra.’ e un po’ forse non avevo voglia di iniziare in ritardo sui miei amici…

Fatto sta che a forza di dare un consiglio su una colorazione, sulla forma di una lettera o sulle tag a un certo punto mi hanno detto ‘Senti, invece di star lì a rompere le balle a noi, inizia a dipingere anche tu e fai le cose che ti piacciono!’ E così in modo un po’ incosciente ho iniziato anch’io a fare le prime bozze e le prime tag. Ricordo che il primo vero e proprio throw up argento un po’ serio l’ho realizzato insieme a loro a Parigi, dopo essere usciti da un viaggio allucinante nelle catacombe della capitale francese fino a 40 metri sottoterra. Allora era perlopiù un divertimento come un altro, ma se devo definire un momento preciso in cui ho realmente compreso cosa fosse il writing e la cultura Hip Hop è stato sicuramente nel ’96 al Juice di Ancona. Da quel momento è stato tutto diverso.

Una Milano diversa… lo dici con nostalgia?

Più che nostalgia è una constatazione. Crescere in periferia negli anni 80 significava confrontarti con l’eroina, i malavitosi, gli zarri, ma anche con un tessuto sociale diverso, forse meno chiuso e capace di maggiore ricettività. A parlare di infanzia chiaramente sarebbe semplice parlare delle giornate passate in cortile, delle prime bravate da ragazzino, di periferie che si allungavano a vista d’occhio nei campi appena passata la circonvallazione più esterna. Se da una parte era anche una Milano abbastanza plumbea forse non era ancora iniziata quell’atomizzazione delle relazioni umane a cui assistiamo oggi, crescevi e imparavi a scoprire tutti quei piccoli angoli che nonostante tutto ti facevano voler bene a sta città. C’erano ancora tanti spazi di aggregazione spontanea, nei parchi o nelle piazze, le varie tribù urbane, un sacco di posti lontani anni luce dalla modalità fighetto/pseudo design che hanno lentamente invaso Milano nel corso degli anni.

E anche il periodo d’oro delle occupazioni e degli spazi sociali, il vecchio Leo, il Laboratorio Anarchico, e poi l’evoluzione di tante controculture come il punk, la scena raver/traveller e naturalmente il movimento hip hop… insomma, tante esperienze che hanno attraversato questa città rendendola più affascinante e meno chiusa. Più di 15 anni di leghismo e berlusconismo hanno fatto davvero male a Milano, oggi capita di provare la sensazione di vivere un po’ in una sorta di riserva indiana, che peraltro tende a restringersi. Qualcuno diceva a ragione che più che una metropoli proiettata sull’Europa, Milano somiglia più a un paesone pieno di gente incazzata.

Correggimi se erro, la scuola che frequentavi con Mork e Clam era la scuola tedesca di Milano? In pratica una crew di writers di lingua tedesca (non solo, ovviamente!) nativa di Milano: quanto meno originale.

Si andavamo alla DSM (Deutsche Schule Mailand) ed eravamo tutti quanti sangue misti italo-crucchi. A scuola c’era qualche altro writer, ma poca roba, gente che se ha mezzo dipinto per un annetto o due è tanto. Più che un atteggiamento diverso nel dipingere o nel rapportarsi al resto della scena credo fossero tre le cose che caratterizzavano il nostro modo di porci. La prima era nel bene e nel male crescere in una dimensione biculturale, un aspetto che credo ci abbia dato la capacità di essere persone aperte e sensibili alle diversità, l’altra era la composizione sociale della scuola, in larga parte di estrazione abbastanza alta. La popolazione studentesca, a parte i tedeschi che vivevano a Milano e i sangue misti come noi, era quella di una classica scuola privata… insomma una massa di fighetti.

Questo faceva si che noi dimostrassimo abbastanza palesemente la nostra diversità, nei modi e nei comportamenti. Il Morkone un anno si tenne su un cappello di lana verde bandiera che pesava almeno un kg fino a luglio tanto per capirci… La terza era la dimensione molto chiusa e protettiva che aveva la scuola: alla fine ci andavi dall’asilo alla maturità, sempre con la stessa gente. Se il sistema didattico era sicuramente all’avanguardia, la dimensione relazionale interna era un po’ quella di vivere nella bambagia, perciò noi eravamo letteralmente affamati di tutto quello che invece erano le occupazioni dei licei, i collettivi e tutta la socialità che gli ruotava attorno. Erano gli anni del boom dei centri sociali, del parco Sempione, delle piazze e noi eravamo sempre in giro. Penso che frequentare la DSM abbia sicuramente accentuato questi aspetti del nostro modo di essere.

Sulle jam di quegli anni ad Ancona si possono ormai scrivere romanzi… perché dici che il Juice rappresentò una svolta?

Considera che a differenza della maggior parte dei writers io ho iniziato tardi, a 19 anni, perdendomi quindi tutta quella parte di cursus honorum da minorenne in cui generalmente ti vai formando e sei mediamente più incosciente, e quando sono andato con gli altri al Juice avevo appena compiuto 20 anni. Quella jam per me ha rappresentato la svolta per svariati motivi. Il primo è che sicuramente non avevo mai visto una cosa del genere, in pratica tutta la scena italiana all’opera o quasi. Ancora mi ricordo il Clam che mi fece vedere Dare (RIP) che si sparava una tag in marker nel panettone senza che io sapessi esattamente chi fosse… beata incoscienza! Alla fine se ero andato con l’idea di divertirmi, di sentirmi i vari DJs ed MCs della scena live e di vedere un po’ come era una jam, quando tornai a casa avevo un’altra testa.

A prescindere da tutto il concerto che mi ascoltai dall’inizio fino alla famosa ‘jam seduta’ di freestyle del mattino dopo, dalla gente che aveva ballato senza sosta e dai km di murate favolose (oltre a quel povero panettone di cemento ridotto letteralmente a un colabrodo da orde di writer che non hanno lasciato lo spazio di una tag nemmeno al cesso), quello che si rese evidente ai miei occhi in quell’occasione fu la mole di lavoro e sbattimento che c’era dietro alle 4 discipline dell’Hip Hop. Insomma sta roba era una cosa seria, e come tale andava presa e vissuta. Diciamo che se ancora non avevo fatto un cazzo nella pratica, nella mia testa era scattata una molla che mi aveva fatto capire cosa significava il writing e la passione che c’era dietro. Tornato a Milano, dopo essere riusciti ad andarcene senza farci identificare facendo un trick sotto il naso degli sbirri, mi tagliai i capelli che portavo ancora lunghi e iniziai, questa volta per davvero, a dipingere. Se prima era un passatempo preso poco seriamente possiamo dire che ero tornato da Ancona con la fotta…

La Milano di quegli anni, intorno al 95/96, rappresenta forse l’apice della vecchia scuola milanese e nello stesso tempo l’inizio del suo inevitabile declino con l’affacciarsi di nuova gente e nuove tendenze, voi compresi. Competizione al massimo e “incomprensioni” che spesso finivano in incontri corpo a corpo… eppure se devo essere sincero mi sono sempre fatto l’idea che vi ponevate abbastanza equidistanti da certi atteggiamenti limite, competitivi ma meno fisicamente aggressivi o disposti ad abbracciare un solo lato della barricata…

Come tutti ero cresciuto guardando le tag in giro, i bombing, le carrozze delle Nord e chiaramente le Hall of fame di tutte le crew della vecchia scuola milanese. Credo che Milano in definitiva abbia avuto una scena tra le più interessanti d’Italia, almeno fino ad un certo periodo. Rispetto a tante altre città era innegabile che all’ombra della Madonnina si trovassero veramente un sacco di writer che erano stati capaci di sviluppare stili davvero originali, vedi i 16K, i CKC, i DCN, i THP e tanti altri. Poi c’erano tutte le altre crew storiche che restavano comunque un riferimento in fatto di stili più classici. Se ci fai caso a Milano in quel periodo era più facile trovare throw-up molto curati, con tanto di sfondo e liner, che i classici flop all’americana: mi verrebbe da dire che vivevamo una scena ricca di personalità e peculiarità nella ricerca stilistica, forse anche perché a differenza di altre città qua si è partiti fondamentalmente dai muri. Se ti dovessi citare i writer che mi affascinavano di più per l’approccio molto particolare erano sicuramente Cano e Clock, e poi mi piaceva tantissimo lo stile impeccabile del Craze.

Con l’avvento e la crescita di un sacco di nuove crew un bel po’ di cose cambiarono, compreso il clima un po’ esasperato che si percepiva tra i vari writer. Da una parte penso fosse normale, in quel periodo dipingevano veramente tutti ed era prevedibile che ci si disputasse spot, yard e muri della città, dall’altra forse c’era troppa gente che si faceva un po’ il film delle varie situazioni. Noi in linea di massima ci siamo sempre fatti i cazzi nostri, tant’è che non siamo quasi mai stati protagonisti di quel genere di situazioni. Sono sempre stato convinto che uno dovesse dipingere perché si divertiva, e perché il writing era un linguaggio espressivo che costruiva una condivisione speciale con gli amici. Poi è chiaro che nel momento in cui cresci come writer, come crew, cerchi di porti sempre nuovi obbiettivi, sia in termini di miglioramento stilistico sia per quanto riguarda la quantità di quello che vai producendo. Ma poi in fondo, nonostante gli stimoli che la competizione ti regala, è qualcosa che fai per te stesso, e per il legame che senti con i tuoi amici. Non siamo mai stati esattamente inseriti nei giri importanti della scena milanese, ma a posteriori ho potuto notare come nel corso degli anni abbiamo costruito molti rapporti di amicizia e di rispetto, spesso proprio con i writer della vecchia scuola, e questo ci ha sempre fatto piacere. Sicuramente ci riconoscevamo di più in quel tipo di atteggiamento, rispetto all’approccio che è arrivato successivamente, e che, tutto sommato, ha un po’ snaturato la particolarità che aveva Milano rispetto ad altre città, soprattutto a livello di stili.

Anche per quanto riguarda i pezzi, vi imponeste in modo alternativo rispetto a quanto “andava per la maggiore” a Milano: mentre la scena si proiettava sempre di più sui treni, le Nord in particolare ma anche la metro e le FS, voi in poco tempo siete riusciti a farvi un nome con decine di bombing stradaioli, non semplici flop ma veri e propri pezzi, grandi, puliti e leggibili, d’impatto immediato. Ben presto, divennero quasi un marchio di fabbrica. Ci racconti tu di che crew stiamo parlando, come nacque e da chi era composta?

La crew in questione è l’MDS, che era stata fondata da Clam e Mork nel 1993. Fino al 1996 era composta da loro con Dok e Pome, che era un altro writer della nostra scuola. Dopo il Juice Mork e Dok uscirono ed io entrai nella crew, che era composta quindi da me e dal Clam. Nel giro dei due/tre anni successivi si aggiunsero a noi Jek, Taco, Bueno, Noe, Ban, Pec di Roma, e Zoka di Bari.

È vero che in un certo senso ci ponemmo in modo un po’ alternativo, anche se è qualcosa che è venuto fuori in modo molto naturale. Io non so bene perché, ma ho sempre avuto la fissa della strada, anche se nell’arco degli anni un po’ di treni li ho anche fatti (quantità risibili rispetto ai veri bomber del metallo). In quel periodo in particolare ero abbastanza fissato col bombing: tag e throw-up in continuazione… ma la vera folgorazione fu il primo interrail che facemmo nel 1997 in 5. Come ti dicevo prima a Milano era più normale trovare piccoli pezzi colorati in strada che i classici bombing oneline o i blocchi, così arrivati a Berlino me ne andai letteralmente sotto per questi pezzoni da 8/9 argenti sui tetti e nelle strade, e una volta tornati a Milano decidemmo di provare a fare delle cose del genere. Così piano piano ne iniziammo a fare parecchi, possibilmente sempre più grossi e in spot più difficili, e considerando il fatto che non era costume piazzare sti pezzoni in centro a Milano, bene o male ci facemmo notare a modo nostro. Poi tra di noi c’è sempre stato chi si faceva più volentieri i treni, chi le pezzate in Hall of fame, ma questa cosa dei blocchi in giro ci ha sempre coinvolti tutti. Ricordo ancora lo sbattimento infinito per realizzare quello davanti ai Magazzini Generali, con il sottoscritto che tanto per cambiare doveva farsi l’outline con la scusa che ho la mano precisa… quando hanno abbattuto quel muro è stata una tristezza, da qualche parte dovrei averne ancora un pezzo, manco fosse quello di Berlino…


Ricordo l’MDS davanti ai Magazzini Generali, pensai fosse qualcosa di veramente troppo impegnativo per qualcuno pigro come me… e, come dici tu, soprattutto pensai che in quei casi c’è sempre qualcuno che si fa triplo lavoro, quindi no, niente sogni megalomani per quanto mi riguarda.

Quel bloccone lo progettammo una sera davanti ai soliti infiniti boccali di birra in Ticinese. Volevamo fare qualcosa di veramente grosso e possibilmente in un punto della città con una certa visibilità, e dopo varie proposte decidemmo di optare per via Pietrasanta, considerato che nonostante non ci fosse la possibilità di guardarlo da lontano, in quella via prima o poi ci passavano tutti. Bozza e traccia erano farina del mio sacco, e ricordo benissimo che quando iniziai a buttare giù le forme della M pensai ‘ma chi ce l’ha fatto fare…’, poi però il gusto della sfida e l’entusiasmo presero il sopravvento. Non so bene quante tolle di biancone sono partite per riempire il tutto, una quantità improponibile, ci siamo fatti parecchie nottate soltanto ad imbiancare. Poi venne la volta dell’outline e come ti dicevo, essendomi guadagnato il soprannome di ‘Colonnello’ sul campo, vista la mia metodicità e l’essere precisino, me lo sono sparato tutto o quasi io. Ricordo anche i commenti entusiasti di chi vedeva il blocco la prima volta, e devo dire che sentire robe del genere ci ripagò ampiamente di tutta la fatica spesa in quella settimana.

Uno degli altri blocchi che ricordo ancora con affetto fu quello in piazzale Baracca, spot complicatissimo e sempre ultra trafficato, in cui ci vollero due nottate per finirlo e diverse fughe dagli sbirri. E poi in Corvetto, sotto la sopraelevata della Milano-Bologna: eravamo in tre e a un certo punto c’era sto spot e ci diciamo ‘quindi? Lo facciamo a destra o a sinistra?’ ‘Ma facciamoceli tutti e due!’ E così facemmo una bella doppietta con dedica a quella cialtrona di Megan Gale e alle sue campagne antigraffiti. Last but not least le due accoppiate con il Clam alla stazione Bovisa, una sui binari e una all’uscita, visto che era la fermata della mia università e considerando che successivamente avrei vissuto due anni lì dietro in uno squat, avevamo marcato il territorio a dovere.

 E per quanto riguarda gli Hall of Fame? Ricordo quello in Via Botta… anche li, sempre gran belle produzioni curate, c’era qualcuno che “trascinava” maggiormente tutti gli altri?

In realtà la nostra prima Hall fu al Ponte delle Gabelle, dove stavamo la sera in piazza. Era uno scorcio bellissimo dietro via Solferino, con tanto di chiuse del Naviglio ad opera di Leonardo Da Vinci. Ci eravamo molto affezionati a quella piazza, anche se in realtà non è che fosse sempre una passeggiata di salute dipingerci, visto che di permessi neanche l’ombra. La vera svolta però fu con il muro della piscina in via Botta, un nome un programma. La realtà è che per due/tre anni ci siamo presi un muro enorme e centralissimo senza avere anche in questo caso uno straccio di permesso, il trick fu quello di usare una delibera comunale in cui veniva menzionata la piscina come uno degli spazi richiesti per dipingere come se fosse un permesso… tant’è che quando finì la pacchia fu grazie a 2 vigili un attimo meno stupidi della media che si erano almeno degnati di leggere il foglio. Quel muro era bellissimo, alto e liscio, praticamente perfetto. Era la Hall della GS, una famiglia di crew diverse di cui faceva parte anche l’MDS, e quindi ci hanno dipinto sopra un sacco di persone. Sicuramente noi eravamo tra i più attivi e un po’ abbiamo fatto da traino anche per gli altri, oltre ad invitare spesso amici di altre crew a dipingere. Era anche la prima volta che potevamo progettare murate di un certo spessore, visto lo spazio a disposizione e le caratteristiche del muro. D’estate poi era perfetto, in piscina fino alle 5 e poi tutti a pittare fuori… L’unico rammarico è che proprio quando stavamo iniziando a prendere dimestichezza con le produzioni un po’ più curate e coordinate ci tolsero il muro e poi ebbe luogo la ‘diaspora’ dell’MDS, chi a vivere negli States, chi in Svizzera, un altro a Roma…

Infine all’attività da writer si è affiancato sempre più l’impegno nel sociale, dando impulso in prima persona a molti progetti autogestiti sul territorio milanese. Un’impegno intrinsecamente politico, fortemente legato ai movimenti della sinistra più antagonista. Sono moltissimi i writer che in vario modo si sono impegnati a sinistra, ma la tua storia è ben diversa: negli ultimi 10 anni il tuo tratto netto e molto grafico da writer è divenuto uno dei mezzi espressivi ricorrenti più riconoscibile di tante azioni sul territorio, fotografato, pubblicato e ripubblicato in continuazione su ogni quotidiano… Opere di grande dimensione, 2/3 colori sempre o quasi gli stessi, senza firma alcuna, perchè certe cose appartengono alla gente e veicolano un messaggio, non sono più espressione di un’individualità, è così? Ora da qualche tempo a fianco delle tue incursioni si legge spesso Volkswriterz Crew… insomma, raccontaci questa parte unica della tua storia.

Beh diciamo come premessa che ancor prima che un writer sono sempre stato un compagno, e come ti dicevo, attraversare gli spazi sociali della mia città e non solo, è stato un percorso più che naturale. Da questo punto di vista, una volta strette relazioni più profonde con alcuni spazi, è stato automatico dipingerci dentro, e da parte mia, anche nel periodo in cui dipingevo tanto, c’è sempre stata la disponibilità a realizzare scritte o figurativi semplici che ci venivano richiesti (il nome del centro, qualche slogan, ecc). Quella che potremmo definire un po’ la svolta del mio percorso come writer e come militante coincide con il mio partecipare attivamente alla vita del LSOA Deposito Bulk, che ai tempi era uno spazio enorme occupato davanti al Cimitero Monumentale. Vuoi che forse avevo un pochino perso le motivazioni di continuare a spingere soltanto il mio nome, vuoi che la vita da militante assorbiva sempre di più il mio tempo, ho iniziato progressivamente a legare la mia attività da writer al desiderio di veicolare dei contenuti.

La scena hip hop insieme a tanti bellissimi aspetti, su alcune questioni più legate alla consapevolezza rispetto a ciò che ci accade intorno, l’ho sempre vissuta come un pochino superficiale. Ricordo che una delle rare volte che stava per finire in rissa con altri writers fu quando venne coperto un murales per Mumia Abu Jamal realizzato da alcuni compagni del COA Transiti sulla Darsena dei navigli. Mi chiedevo come potesse essere possibile che alla gente non gliene fregasse nulla di un militante nero condannato (ingiustamente) a morte, mentre parallelamente non faceva altro che scimmiottare la cultura black, dagli atteggiamenti al modo di vestire. Inutile dire che dopo la scenata ci organizzammo con i compagni e rifacemmo il murales per Mumia più grosso di prima… qualcuno interpretò la cosa come una sorta di competizione writeristica, ma non era assolutamente il caso. Per me era semplicemente una questione di rispetto e di buonsenso.

Ecco quello fu uno dei primi momenti in cui capii che mi ero un po’ stufato di scrivere esclusivamente il mio nome, e che dopotutto i graffiti avevano una forza comunicativa enorme che poteva essere sfruttata per svegliare le coscienze intorpidite nella nostra città. Da qui in poi a Milano, e non solo, sono sempre stato preso come punto di riferimento da tanti compagni di diverse realtà autogestite e antagoniste quando si trattava di organizzare il rifacimento della facciata di un qualche centro o, meglio ancora, qualche azione in strada. Alla fine ho sempre considerato, consapevole o meno, il writing come un fenomeno di riappropriazione di spazi, concetto che si legava molto bene a tutte quelle rivendicazioni che gli spazi autogestiti e occupati hanno messo in campo in questi anni.

I momenti che oggi riesco a vedere come determinanti rispetto a questo percorso un po’ anomalo dentro alla mia esperienza da writer sono fondamentalmente due: il ritorno da Genova nel luglio del 2001 e la creazione di Tora Bora l’anno successivo. Nel luglio del 2001 tornammo tutti cambiati dall’esperienza del G8 genovese, e a ripensarci oggi ancora porto dentro un sacco di rabbia. In quei giorni decidemmo di realizzare un enorme blocco dedicato a Carlo Giuliani sulla facciata dell’Enel antistante il Bulk con scritto ‘No Justice No Peace’, che per noi rappresentò un momento molto importante, e seppur in un frangente così triste e doloroso, un’esperienza umana bellissima. La lavorazione durò diversi giorni e, senza che nessuno avesse fatto alcun tipo di chiamata ‘ufficiale’, un sacco di writers milanesi parteciparono attivamente alla realizzazione del pezzo, ognuno con il suo contributo. Se penso a quello che spesso era il tenore dei rapporti  non esattamente fraterno che regnava allora in città, in quell’occasione si respirò qualcosa di nuovo, che per quanto riguarda il sottoscritto rappresentò un momento bello e importante dal punto di vista umano. Era qualcosa che apparteneva a tutti, senza che ci fosse il bisogno di dirlo. Questi ragionamenti ci portarono di fatto a pensare e creare qualcosa di nuovo, in sostanza una crew ‘aperta’, o una sigla sotto cui identificare azioni e pezzi dai contenuti politici e sociali. La scelta del nome cadde, un po’ per il gioco di parole un po’ per le origini teutoniche mie e del Morkone su ‘Volkswriters’, cioè ‘i writer del popolo’. Ci piaceva l’idea che a differenza del forte senso di identità e chiusura della forma crew classica in questo caso l’appartenenza ai Volkswriters si manifestasse nell’azione stessa: la crew esiste e c’è nel momento in cui viene realizzato qualcosa e chi partecipa ne è parte integrante, che sia lì a tirare l’outline, a fare i figurativi o a riempire lo sfondo. Nel corso di questi dieci anni abbiamo dipinto tantissime volte e col tempo possiamo dire che si è creato un nucleo un po’ più definito, ma il concetto di coinvolgere attivamente chi partecipa alle iniziative è rimasto sempre come denominatore fondamentale del nostro agire.

Con questa sigla possiamo dire che abbiamo dato un po’ di respiro, quantomeno a livello di visibilità e di comunicazione, ad anni abbastanza difficili per il movimento a Milano, in cui era faticoso riuscire ad incidere sulla città. Dalla morte di Dax, ucciso a coltellate dai fascisti nel 2003, sono susseguiti sgomberi, arresti e parecchie mazzate, e con questo genere di azioni, scegliendo sempre spot particolarmente rappresentativi per Milano, abbiamo cercato di far uscire la nostra voce. Questo genere di iniziative, in parte ‘reclaim the streets’ o blitz più clandestini durante cortei o presidi, l’abbiamo poi esportata in tante altre città italiane, e ci sono altre realtà che hanno ripreso queste modalità dell’agire nei loro territori. Non è certo la rivoluzione, ma è qualcosa che spesso ha saputo parlare alla gente più di 4 slogan lanciati dal furgone o di un volantino. Questo è anche uno dei motivi per cui abbiamo sempre privilegiato uno stile molto asciutto e comprensibile e pur cercando di realizzare pezzi stilisticamente dignitosi ci è sempre importato che fosse il messaggio ad uscire al meglio.

A questo punto va da se che ci devi spiegare cos’è Tora Bora…

Una volta entrati a far parte stabilmente del collettivo del LSOA Deposito Bulk, in quanto writers abbiamo deciso di dar vita ad una sorta di laboratorio che sviluppasse e diffondesse questa cultura in armonia con il nostro modo di viverla ed interpretarla. Così insieme a Mork, Ban, 2501, Noe e l’Abbominevole e un altro compagno abbiamo ristrutturato l’ex autolavaggio nel cortile per aprire quello che è stato di fatto il primo negozio di bombole occupato ed autogestito, grazie alla disponibilità di Fritz di fornirci Montana e Clash partecipando attivamente al progetto.

Ci piaceva l’idea che ci fosse uno spazio a Milano in cui incontrarsi, dipingere, bozzettare e organizzare scorribande per la città, e che questo avvenisse in una dimensione di piena libertà…

E tutto questo vendendo le bombole a un prezzo più basso di quello di mercato. Naturalmente lo spazio non aveva fini di lucro e gli introiti venivano investiti nelle iniziative che organizzavamo giorno per giorno. Da una prima apertura pomeridiana finimmo per tenere lo spazio aperto anche la sera, organizzando dj set e proponendo al Bulk una discreta programmazione di live hip hop che si sarebbe sviluppata nei due anni successivi. Chi è venuto ai concerti in quel periodo ricorderà una bellissima atmosfera e soprattutto una bolgia mai vista prima in quel tipo di situazioni. Portammo praticamente un po’ tutti i nomi più rappresentativi della scena italiana di allora e cosa non da poco obbligammo di fatto tutti i negozi ad abbassare i prezzi delle bombole. Era un piccolo modo di dimostrare che se volevi qualcosa avevi la possibilità di costruirtelo al di fuori dei circuiti commerciali, con dedizione e impegno. Furono anni in cui organizzammo diverse jam al Bulk e dove gestimmo la parte di writing anche in quelle organizzate al Leoncavallo. Una cosa di cui siamo sempre andati fieri è che nei limiti del possibile abbiamo sempre fatto dipingere tutti e soprattutto abbiamo cercato di dare le bombole a tutti quelli che venivano, ragazzini alle prime armi compresi: era un po’ quel ragionamento di condivisione che stava alla base della concezione di quello che rappresentava per noi questa cultura.

Il progetto si chiuse quando subimmo un furto di un carico di bombole. Fu un’oggettiva delusione… in fin dei conti eravamo writers che facevano qualcosa per gli altri writers della città, senza mettersi in tasca una lira, e nel momento in cui ci rendemmo conto che grazie a qualche stronzo venne meno il rispetto per un progetto del genere capimmo che aveva poco senso continuare. Lo spazio continuò poi a vivere con la sua programmazione, ma alcuni di noi si trasferirono e rimanemmo a gestirlo in tre fino a quando non andammo ad occupare una palazzina dando vita ad un nuovo progetto abitativo in Bovisa, uno squat chiamato Malamanera, che venne sgomberato nel 2005 dopo due anni. Credo in conclusione che Tora Bora sia stata un’esperienza che ci ha formato, e che dopotutto ha dato anche qualcosa alla città.

Da sempre i writers frequentano i centri sociali, ma da sempre dicono anche di dissociare la loro azione da una valenza politica, cosa ne pensi?

Per rispondere a questa domanda voglio iniziare parlandoti di una recente campagna che abbiamo organizzato a livello nazionale qualche mese fa. Venuti a conoscenza che i fascisti di CasaPound, realtà molto attiva dell’estrema destra romana, avevano lanciato una fantomatica gara di graffiti e street art abbiamo deciso di mobilitarci per contrastare questo tentativo di infiltrazione in un mondo che è distante anni luce dai loro (non)valori e dalle loro pratiche. Ne sono scaturite iniziative a Torino, Bologna, Genova, Monza, Milano e Roma, tutte in strada e tutte assolutamente autorganizzate. La campagna si chiamava ‘Le strade sono nostre’ ed ha avuto un discreto successo in termini di partecipazione un po’ ovunque, ed è inutile dire invece che la loro ridicola kermesse ‘internazionale’ è stata un flop di dimensioni colossali.

Ti ho citato questa campagna perché lanciandola ci siamo confrontati proprio con la questione writing/street art e politica. In sostanza nessuno aveva intenzione di mettere il classico cappellino su un movimento, una cultura, che esistono da 40 anni e che non sono fenomeni ascrivibili a uno schieramento o un altro, tuttavia ci sembrava importante mettere in chiaro come qualcosa nato dalle minoranze ghettizzate delle metropoli americane (chicani, neri, …) non potesse avere nulla a che fare con il razzismo e l’intolleranza. Il writing è sempre stato un fenomeno interculturale, di continua contaminazione: questo è una delle ragioni per le quali si è sviluppato in tutti e cinque i continenti del globo come la storia ci racconta. Purtroppo ci sono anche rari casi di writer che si proclamano fascisti (che tristezza…), ma come sappiamo l’intelligenza non è beneficio di tutti, dagli altri in sostanza abbiamo voluto che ci fosse la disponibilità a dire a questi pagliacci di tenere giù le mani da qualcosa che non c’entra davvero nulla con loro.

Per quanto riguarda poi la situazione italiana è un dato di fatto che writing e hip hop hanno sempre attraversato le esperienze degli spazi autogestiti dal loro avvento fino ad oggi, non tanto perché si tratta di una cultura di sinistra, ma semplicemente perché all’interno delle realtà occupate ha trovato il terreno per esprimersi e svilupparsi in piena libertà. Dopotutto valori come la contaminazione, la multiculturalità sono parte integrante delle esperienze autogestite. Poi è anche vero che da noi c’è stata inizialmente una forte caratterizzazione dell’ambito musicale in termini militanti, e rispetto a tutto ciò era anche normale che le posse non potessero rappresentare il variegato mondo dell’hip hop italiano appieno e completamente. E’ come se negli USA ci fossero stati solo i Public Enemy… così dopo il primo periodo possiamo dire che c’è stato un voler ritornare innanzitutto allo stile e la politica in quanto tale veniva tenuta relativamente lontana.

Io sono convinto, ma è il mio punto di vista, che dipingere, e quindi praticare un’attività che è fondata sull’illegalità, in quanto pratica di riappropriazione di spazi urbani, cosciente o meno sia comunque un gesto che ha una valenza politica. Non certo politica in senso ideologico, ma politica in quanto se vogliamo è un gesto di ribellione alle regole, alle leggi vigenti, al conformismo… è un po’ il concetto del ‘Lo voglio? Lo faccio! Lo voglio? Lo prendo!’ e questo che piaccia o no un senso che va aldilà della dimensione dell’espressione personale in senso più o meno artistico ce l’ha. Detto questo pensare che il writing sia un fatto politico in sé sarebbe fare una grossa forzatura, lo si può considerare come tale da un punto di vista più sociologico, ma dall’altro lato la sostanza è che uno dipinge perché gli piace farlo, per le emozioni che questo ti porta a vivere, per spirito di emulazione ecc. Scrivere il proprio nome o quello della propria crew, a prescindere dall’autoreferenzialità, comunica o può comunicare un bisogno di emergere (dalla noia della propria città, dalla vita fatta secondo le regole dei benpensanti, ecc.), ma non esprime direttamente qualcosa di sociale o politico in termini di contenuti. Questo giusto per cercare di chiarire il modo con cui vedo le cose. D’altro canto i writers sono sempre stati di casa negli spazi sociali, vi hanno trovato spazi dove esprimersi, libertà nei comportamenti e luoghi che hanno sempre vissuto la cultura hip hop in modo molto naturale. Dopodiché il writer tende spesso a smarcarsi da tutto ciò che lo vuole andare ad identificare in modo troppo marcato, anche perché sono 30 anni che giornalisti, sociologhi e quant’altro tirano il movimento per la giacchetta, ed è normale che uno si sia anche un po’ rotto le scatole di farsi strumentalizzare. Diciamo che in tanti sono fondamentalmente ‘vicini’ alla sinistra, anche se non amano esporsi, e in questo caso noi siamo sicuramente un’eccezione, però poi quando li coinvolgi non si tirano indietro sulle iniziative pratiche.

2011: dicono che a Milano il vento sia cambiato o cambierà grazie alla nuova amministrazione. Se ti fosse richiesto di collaborare lo faresti o il tuo intervento si pone sempre e comunque al di fuori delle istituzioni?

Le mie posizioni sono da sempre quelle di qualcuno che si pone fuori dalle istituzioni, e che cerca di portare avanti percorsi politici in totale autonomia. Questo però non significa che io non sia una persona capace di comprendere il valore di quelli che possono essere dei cambiamenti capaci di determinare nuovi equilibri all’interno della città. Ho mediamente molta poca fiducia nei politicanti di questo paese, compresi quelli che vorrebbero rappresentare una qualche parvenza di pseudo sinistra, ciononostante sarebbe da sciocchi non vedere nel cambiamento di giunta a Milano un fatto abbastanza eccezionale e interessante in prospettiva.

Non penso che andrei a collaborare con questa amministrazione, a prescindere dalla bontà del progetto proposto, nel caso piuttosto proverei ad incalzarla portando come sempre le nostre istanze dal basso, e ponendomi con un atteggiamento un pochino più disponibile e ricettivo (e stiamo naturalmente parlando di quello che riguarda l’ambito del writing). Ritengo che questa città abbia bisogno di profondi cambiamenti dopo 15 anni di guerra totale ai graffiti, e non sto parlando di finti riconoscimenti mezzo stampa da parte dei vari mercanti di tele che vogliono farci sopra 4 lire… Mi piacerebbe vedere che writing e street art potessero essere considerati come delle risorse per riqualificare gli spazi della città, oltre che un’occasione per educare le nuove generazioni con i valori positivi che questa cultura porta. Se dovessi immaginare una situazione virtuosa, vedrei un progetto realizzato da writers in completa autonomia, che una volta operata una seria mappatura degli spazi su cui potenzialmente intervenire nella città la andassero a sottoporre all’amministrazione, ma soprattutto agli abitanti dei quartieri, così da poter raccogliere opinioni a riguardo e partecipazione. Da qui una volta che dovesse nascere una sinergia negli intenti (il writer dipinge, l’abitante apprezza la riqualifica di zone più o meno ‘degradate’), arrivare successivamente a coinvolgere il comune nell’organizzazione di eventi ed iniziative a beneficio dei quartieri stessi. Mi immagino situazioni in cui vengano anche coinvolti i ragazzini delle scuole, l’istituzione di laboratori aperti ecc., tutto cercando di diffondere valori come appunto il rispetto, la multiculturalità, la contaminazione e l’antirazzismo. Tutto questo non è probabilmente il mio piatto di minestra, ma almeno mi sembra un percorso un po’ più interessante e dignitoso dell’entrata nelle gallerie d’arte che si è vista qualche anno fa, con tutto che sono felice che tanti amici abbiano trovato il loro percorso per riuscire a vivere facendo gli artisti. Per me il writing dalla strada arriva e nella strada deve rimanere, e dopo anni di propaganda negativa sarebbe bello venisse considerato diversamente, soprattutto dalla gente.

Tutto questo chiarendo che dipingere non è certo un corso di senso civico, anzi… per me resta una pratica che si deve esprimere nell’illegalità, altrimenti andiamo tutti a fare gli imbianchini o i decoratori. Ciononostante chi amministra questa città deve fare  i conti con qualcosa che esiste e che piaccia o non piaccia è parte integrante della sua vita, e a questo punto si deve anche prendere la responsabilità di trovare soluzioni che rispondano ai bisogni di spazi di espressione dei ragazzi.

Quando giro le altre metropoli europee e vedo come writing e street art sono diventati una consuetudine nel paesaggio urbano e come questi vengano valorizzati anche dalle diverse amministrazioni, penso che siamo davvero provinciali…

Progetti personali per l’immediato futuro?

Al momento vorrei avere la costanza e il tempo per concretizzare diversi progetti rimasti solo sulla carta. Uno di questi è realizzare una serie di serigrafie, sia su maglietta che su poster, insieme a Mork e End, alcune legate al percorso iniziato come Volkswriterz e altre più personali. Sperando che non si risolva nel solito ‘100 ne pensi una ne fai’ sarebbe un’interessante opportunità di far fruttare la mia passione per la grafica legandola anche alla mia attività di writer. Per il resto proseguire con il mio progetto musicale incidendo un nuovo disco e magari riuscire finalmente a fare qualche tour un po’ serio all’estero. Per chi tra l’altro volesse ascoltare quello che facciamo ci chiamiamo RFT (www.autistici.org/rft) e suoniamo hardcore-punk da ormai una decina di anni. A spararla più grossa provare a cimentarmi con qualche tela, non necessariamente con tecniche legate al writing, e a voler lanciare una vera e propria bomba atomica magari riuscire anche a laurearmi mentre lavoro. Ma qua penso che sia addirittura più semplice mettere la testa a posto. Ah! E non dimentichiamoci la rivoluzione…

Se dovessi “iniziare” qualcuno al Writing cosa gli insegneresti come prima cosa?

Nell’arco di questi ultimi anni mi è capitato spesso di tenere laboratori di writing nei CAG (Centri di Aggregazione Giovanile) di diversi quartieri, a Milano e nell’hinterland. Dal punto di vista dei valori cercherei di trasmettere il significato di rispetto, il senso della capacità di contaminarsi e confrontarsi nelle diversità e la serietà che comprende affrontare il dipingere con passione e dedizione. Nella pratica penso che partirei innanzitutto con la tag, anche perché la sensazione che si ha la prima volta che si scrive su un muro è impareggiabile. Da lì in poi giù sul tavolo a bozzettare… e poi soprattutto che bisogna sempre divertirsi quando si dipinge.

Un posto dove vorresti dipingere?

Mmmh… qua ce ne sono parecchi. Come Volkswriter credo sarebbe emozionante poter dipingere a Belfast, vera e propria Mecca del muralismo. In seconda battuta in giro per il Centro ed il SudAmerica… anche perché non ci sono mai stato, e tutte le persone che ho conosciuto tra writer e street artists che provenivano da lì sono delle persone fantastiche.

Di cosa vai fiero?

Delle mie idee e dell’affetto e della stima delle persone a cui voglio bene.

Se non Milano, dove?

Mi piacerebbe riuscire a vivere almeno un periodo della mia vita nei Paesi Baschi, sia in qualche città che più immerso nella splendida natura di quella terra.

Un pezzo o un writer che tutti dovrebbero conoscere.

Così sui due piedi mi viene da dire Dare, e non solo perché è mancato. Per un amante degli stili puliti ed equilibrati lui rappresenta un grande maestro. Nel mio (modesto) percorso stilistico ho provato tante strade diverse, per approdare a quello che possiamo definire uno stile classicamente europeo, e in questo credo che lui rappresentasse e ancora oggi rappresenta quanto di meglio si possa realizzare: una totale padronanza delle lettere, la capacità di trovare colorazioni originali e mai scontate e in tutto questo una naturalezza devastante. Ci sono sicuramente un sacco di writer più originali e sperimentali, ma lui è come un pezzo rock classico: tutto è al giusto posto, non manca niente e non ti stanchi mai di ascoltarlo.

E a prendermi la libertà di citarne un secondo, Noce, per tutto quello che ha fatto, e come lo ha fatto, a Milano.

Un libro ed un film?

Visto che a livello di film vero e proprio sarebbe quasi impossibile sceglierne uno solo dico quello che mi ha un po’ cambiato la vita, ‘The Kids Are Alright’ il documentario sulla storia degli Who. Per quanto riguarda il libro come classico una raccolta di poesie di Bertolt Brecht, mentre quello che mi è piaciuto di più in tempi recenti è ‘Il libro di mio fratello’ di Bernardo Atxaga.

Come vedi, a livello nazionale ed internazionale, l’evoluzione contemporanea del panorama artistico legato alle arti più stradaiole?

Ho guardato all’evoluzione del fenomeno della street-art con un certo interesse, in particolare nei primi anni 90 mi è sembrato qualcosa che ha dato un po’ una svecchiata al mondo dei graffiti. Chiaramente si tratta di qualcosa di molto lontano dal writing su tanti aspetti, ma mi piaceva quel senso di comunità che ho visto con i miei occhi tra i vari street artists prima che il tutto diventasse di moda. L’altro aspetto affascinante è che forse questa evoluzione in nuovi linguaggi ha avuto la fortuna di essere un po’ più comprensibile ai più rispetto al writing, e conseguentemente di essere vista con occhi più benevoli di quanto accada sempre con noi imbrattatori… Poi come in tutte le cose c’è chi ha talento e chi no, chi ha uno stile interessante e originale e chi piazza patacche in giro. Per capirci: per ogni Blu ci sono probabilmente un centinaio di millantati pseudo artisti che si sentono tali per aver attaccato 4 adesivi o fatto uno stencil.

Senza lanciarmi nella polemica gratuita non mi ha fatto impazzire vedere come tutto un movimento che era nato su presupposti underground sia stato fagocitato dal mondo del mercato dell’arte, anche se dopotutto era qualcosa di abbastanza prevedibile. L’operazione messa in campo da Sgarbi con le sue sparate sui muri del Leoncavallo come una fantomatica Cappella Sistina di Milano mi è sembrata palesemente volta a commercializzare il fenomeno, viste le quotazioni che cominciavano ad avere altri artisti all’estero. E così tutti addosso alla street art, via con le mostre, gli articoli sui giornali ecc. Premetto che mi fa piacere che tante persone che conosco (e che tra le altre cose hanno anche un discreto talento) siano riuscite a svoltare con questo, però alla lunga tutta sta roba mi ha un po’ nauseato, nel senso che mi sembra che si sia spremuta anche la buccia del limone.

E là dove alla fine i vari lavori diventano merce, credo che venga meno anche l’aspetto più interessante di tutto il fenomeno, e cioè che si inventino nuovi linguaggi comunicativi da portare in strada, a beneficio di tutti. Poi per carità… le marchette le ho fatte pure io per procurarmi i colori per dipingere e non solo, quindi non é che voglio fare l’integralista, ci mancherebbe altro. Ben venga riuscire a vivere e guadagnare attraverso la propria creatività e il proprio talento, però un po’ mi spaventa una tendenza che potrebbe un po’ cambiare radicalmente l’atteggiamento con cui si affronta il tutto. Ecco, diciamo che se prima il ragazzino prendeva in mano le bombole per emulare il writer famoso e vedere il suo nome scritto in giro o sui treni, oggi c’è un po’ il rischio che uno inizi a dipingere o attaccare qualche sticker per volere finire al PAC… c’è una bella differenza.

A livello internazionale c’è un sacco di gente che fa cose molto interessanti, e non essendo propriamente il mio piatto di minestra spesso mi incuriosiscono.

Spray e markers preferiti?

Bella domanda… mi hai fatto fare un magico viaggio tra tutte le bombole che ho usato, dai periodi Dupli e Sparvar fino ad oggi. Nell’economia generale forse mi verrebbe da dire le Montana, visto e considerato che ho uno stile un po’ adesivone e non sfrutto le differenze di pressione delle bonze, e quindi gli spray spagnoli, soprattutto negli anni d’oro garantivano sempre un’ottima copertura e un fat che ha fatto storia. Cmq cerco di adeguarmi a quello che c’è, e tutte le bombole di recente produzione tutto sommato non sono malaccio. Come sempre dipende da colore a colore, ma sono di bocca buona. Sui marker un po’ di tutto… Quando ero particolarmente accanito giravo sempre con 3 cm, 1,5 cm e vari di quelli più piccoli a vernice, praticamente una cartoleria ambulante. Poi a pensarci bene quelli argento e oro da 2 cm sono una bomba!

Cazzate da non ripetere?

Mmm… facciamo la lista della spesa? Scherzi a parte i rimpianti che ho sono quelli di non aver mai colto l’occasione di vivere un po’ all’estero, anche se non sempre sono state decisioni che sono dipese dalla mia volontà quanto dalle situazioni contingenti. Mi auguro che la vita prima o poi me ne dia l’occasione… Forse quella più grossa è non aver saputo gestire tempi ed energie della mia vita così da riuscire a chiudere il mio percorso di studi parallelamente a tutte le altre cose che ho portato avanti in questi anni. E forse anche avere il vizio di riporre troppa fiducia nelle persone, anche se a voler fare un bilancio in fondo è più che positivo. Probabilmente ho un po’ trascurato quella che la gente considera la propria realizzazione puramente personale a vantaggio di dinamiche di costruzione di percorsi collettivi, ma da questo punto di vista sono fatto così e me ne pento relativamente.

I tuoi amici devono essere…

…delle persone vere, abbastanza pazienti, capaci di accettare pregi e difetti di chi gli sta di fronte. Insomma gente schietta, che sa cosa significa la parola rispetto nelle accezioni con cui la vivo io. E possibilmente in grado di guardare un po’ oltre la dimensione individuale della propria esistenza.

Last words!

A dover fare il solito listone dei saluti non finiamo più… Un doveroso abbraccio a tutte le persone con cui condivido e ho condiviso anni bellissimi a dipingere (MDS, GS, VB, TEC & Volkswriterz), alle persone a cui voglio bene, che sanno chi sono, ai miei gatti e a tutti coloro che sentono sulla propria pelle le ingiustizie e fanno qualcosa per combatterle ogni giorno. E il pensiero più importante a mia madre, la persona che più di ogni altra mi ha insegnato cosa significhi la dignità e camminare sempre a testa alta, a prescindere da quello che ci riserva la vita.

E per scegliere una citazione mi piace sempre ricordare le parole di Argala, militante del movimento di liberazione basco, che dicono: “Ognuno di noi deve dare qualcosa, per fare in modo che alcuni di noi non siano costretti a dare tutto.”

E naturalmente grazie a te per lo spazio e la pazienza!

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One comment on “Writing with social awareness: intervista con Flood
  1. federico says:

    grazie di non esserti dimenticato della familia GS.
    leader maximo, 2p

1 Pings/Trackbacks for "Writing with social awareness: intervista con Flood"
  1. […] fatti più spessi e ignoranti, sotto i 20 centimetri non è un vero outline!). Qualche anno dopo raccontò a Wildstylers.com quella serata: “Quel bloccone lo progettammo una sera davanti ai soliti infiniti boccali di […]

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